«In Europa la cultura è il bene più prezioso»

Igor Principe

Ha parlato di sé come raramente ha fatto. Sereno e disteso, spesso ironico, l'addio alla Scala sembrava una vicenda lontana anni, e non pochi mesi. Ma l'amore del pubblico è ancora attuale. Infatti, nella serata che l'altro ieri al teatro Dal Verme ha inaugurato l'edizione 2005 della Milanesiana, Riccardo Muti è stato accolto dall'ovazione di una sala pienissima; tra il pubblico, Fedele Confalonieri, Salvatore Carrubba, Tullio Pericoli, Gillo Dorfles, Camilla Baresani.
E il maestro ha risposto con un tocco di ironia. Dopo la proiezione del video di un Va' pensiero datato 1977, Armando Torno (coordinatore della serata) gli ha chiesto quale fosse il senso di un momento tanto emozionante: «Anzitutto, un senso di sfacelo fisico. Avevo 36 anni, ero un ragazzino. Prima il professor Reale ha parlato di ermeneutica. Beh, mi verrebbe da chiedere al Signore il perché di un'interpretazione così drammatica del corpo umano».
Il filosofo Giovanni Reale, nella dotta introduzione alla serata, il cui tema era «La musa, la musica», ha tratteggiato alcune delle grandi idee filosofiche intorno alla musica, cercando poi con Muti di approfondire la posizione del musicista davanti alle grandi pagine del repertorio. Pensieri e riflessioni che si traducono, appunto, nell'interpretazione di una partitura. Il maestro ha quindi parlato di sé. Quasi imbarazzato, ha ricordato la ritrosia ad affrontare la Nona sinfonia di Beethoven. «Io non osavo, davanti ad una musica che trascende l'umano. E poi vedevo altri direttori che salivano sul podio, facevano il sorrisino alla platea e attaccavano. Forse ero io che mi facevo troppi problemi?». Ha spiegato come la pensa sul fatto di essere considerato un dittatore. «Qualcuno mi accusa di innervosirmi quando, un momento prima dell'attacco di un brano, sento in sala un colpo di tosse. E non sanno invece che è dal silenzio che si evoca il suono iniziale».
Un atteggiamento che nasce dallo studio approfondito, e quindi dal sacrificio. Cosa che adesso è sempre meno richiesta. «Si rischia il disastro. Non sono un santone, sono stato ragazzo anch'io. Ma bisogna dare più spazio all'educazione, e non solo quella musicale. Anche in Germania e in Austria tagliano fondi alla cultura. Che è invece il bene più prezioso che l'Europa ha da offrire».