Europa dell'Est: comunisti ancora nel mirino

In Ungheria si pensa di ridurre la pensione agli ex funzionari, a Praga si pensa addirittura di mettere fuorilegge il partito, uno degli ultimi ancora di fatto stalinisti

I conti col passato comunista non sembrano essere ancora del tutto conclusi in quel pezzo dell'Europa che per mezzo secolo ha orbitato attorno all'Unione sovietica. Così accade che si torni a chiedere di mettere mano alla «lustracija», alla ripulitura da elementi che furono organici ai vecchi regimi e che oggi o godono di privilegi o si sono addirittura riciclati.
L'ultimo caso è quello dell'Ungheria, in cui una delle eroine della rivoluzione democratica del 1956, Maria Wittner, ha approfittato del 55° anniversario dei fatti di Budapest per chiedere che gli ex uomini di regime paghino risarcimenti. Wittner non è solo una di quelle voci dal passato che alla lunga diventano noiose. A 74 anni è ancora attiva sul fronte politico, è parlamentare del partito di maggioranza assoluta Fidesz. Con la sua storia di combattente per la libertà nel '56, condannata a morte dal regime comunista dopo la repressione sovietica, è molto ascoltata. L'idea dell'esponente Fidesz è quella di andare a colpire le pensioni di migliaia di ex funzionari al Partito socialista dei lavoratori ungheresi per dirottarle a vantaggio dei veterani del 1956. Altri partiti politici, invece, vorrebbero procedere a un nuovo computo delle pensioni di questi pensionati, andando a togliere la parte maturata durante il servizio svolto sotto il regime comunista. Il capo del gruppo parlamentare della Fidesz, Janos Lazar, nel presentare alcuni giorni fa la proposta, ha richiamato l'esempio della Repubblica ceca, dove in effetti s'è recentemente una norma per la compensazione delle vittime del comunismo.
A Praga, finora, la legislazione punta piuttosto a impedire che ex membri dell'apparato di sicurezza si riciclassero, ma ora si sta muovendo anche qualcosa di più legato alla politica attuale. Alcuni mesi fa il primo ministro ceco Petr Necas ha chiesto al ministero degli Interni di lavorare sull'ipotesi di scioglimento del Partito comunista ceco, che è la quarta formazione politica del Paese e che, secondo i suoi detrattori, ha mantenuto una posizione duramente stalinista. La mossa del governo ha provocato polemiche e dissensi, come è accaduto in passato per le proposte in alcuni paesi - a partire dall'Ungheria - di vietare i simboli comunisti.
La voglia di regolare i conti col passato comunista permane un po'ovunque nell'Europa orientale. In Polonia, per esempio, periodicamente dagli archivi - studiati dall'Istituto per la memoria nazionale, l'ente che ha le prerogative per procedere alla «lustracija» e che però ha poteri poco chiari dal momento che parte della legge istitutiva è stata giudicata incostituzionale - escono fuori notizie-bomba. È il caso di quella che tre anni fa identificò Lech Walesa, il fondatore di Solidarnosc e principale protagonista della fuoriuscita dal comunismo della Polonia, come un'ex spia comunista col nome in codice «Bolek». L'accusa, riportata in un libro, fu respinta on sdegno dal protagonista e molti accusarono il presidente di allora, Lech Kaczynski, d'aver voluto regolare così un conto personale con Walesa.
C'è poi il caso della Bulgaria, dove il governo di destra guidato da Boiko Borisov sta usando ampiamente le norme sulla «lustracija». Esiste una Commissione per gli archivi che, solo pochi giorni fa, ha tirato fuori una lista di 275 candidati alle elezioni municipali che si sono tenute domenica e che sono stati eliminati dalla gara. Si tratterebbe di ex collaboratori dei servizi di sicurezza bulgari (Ds). Ancor più pesante quanto accaduto alla fine del 2010, quando la commissione ha reso pubblica la lista di circa 200 diplomatici, 90 dei quali ancora in servizio, che avevano legami col Ds. Diversi ambasciatori sono stati richiamati in patria e prontamente sostituiti.