In Europa l’incubo recessione fa evaporare altri 250 miliardi

Nuovo crollo delle Borse: Milano perde il 5,7%. Wall Street cade, ma poi chiude in forte rialzo. Petrolio sotto i 70 dollari

da Milano

Dalla camicia di forza della crisi finanziaria, al cappio della recessione. Continuano a essere troppi i nodi che le Borse mondiali devono sciogliere, nonostante i 2mila miliardi di euro messi sul piatto dall’Europa e i 700 miliardi di dollari stanziati dagli Usa per uscire dalla bufera. L’economia reale, rimasta quasi sullo sfondo durante la travagliata gestione dell’emergenza creditizia, bussa forte alla porta dei mercati: per ricordare i posti di lavoro a rischio, le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, i consumi in calo e le aziende strozzate dal difficile accesso ai finanziamenti e da conti che non tornano. Non tornano in particolare quelli della produzione industriale americana, crollata in settembre del 2,8%, ai minimi dal 1974.
Un dato choc, anche se alla fine, però, a pagare dazio sono stati solo i listini europei. Non Wall Street, protagonista dell’ennesima seduta schizofrenica conclusa con il Dow Jones in rally del 4,68% e con il Nasdaq in volata del 5,50%.
Altri 250 miliardi di euro, dopo i 350 di mercoledì, si sono invece volatilizzati nel Vecchio Continente. Seicento miliardi in meno di capitalizzazione hanno quasi annullato i guadagni delle prime due sedute della settimana, quando l’ondata di euforia, dopo le misure prese dall’Ue e dall’America, sembrava poter indirizzare i mercati verso un percorso di stabilizzazione, verso una normalità che manca ormai da troppo tempo. Così non è stato. Dell’ottimismo di tre giorni fa non è rimasta traccia. È tornato invece in campo il solito elenco di crolli, sparsi dall’Asia, dove Tokio è crollata dell’11,41% (peggior calo dal 1987), all’Europa.
Solo a metà mattina, dopo un esordio in forte ribasso, i mercati avevano provato a reagire. Un rimbalzo poi vanificato dall’apertura negativa di Wall Street. Con il passare dei minuti e fino alla chiusura, il rosso è diventato via via più profondo. A Milano, il Mibtel ha così perso il 5,75% a 15.871 punti, l’S&P/Mib il 6,78%; male anche Parigi (-5,92%), Francoforte (-4,91%), Londra (-5,35%), Madrid (-4,11%) e Zurigo (-3,26%) nel giorno in cui Ubs (-5%) ha annunciato un’operazione con cui lo Stato elvetico cercherà di traghettare l’istituto fuori dalla crisi. Sarà costituito un fondo da 60 miliardi di dollari, garantito dalla banca centrale svizzera, dove saranno scaricati titoli non negoziabili, e la Confederazione garantirà un’iniezione di capitale per 6 miliardi di franchi svizzeri (quasi 4 miliardi di euro), pari al 9,3% del capitale senza diritti di voto. Sempre ieri, inoltre, Crédit Suisse ha varato un’operazione da 10 miliardi che consentirà agli investitori arabi e israeliani, già presenti nell’azionariato, di aumentare il proprio peso all’interno della seconda banca svizzera.
Ma cosa ha determinato il forte recupero di Wall Street, che durante la giornata era arrivata a perdere il 3% anche a causa della picchiata (-37,5) dell’indice manifatturiero della Fed di Philadelphia? Non tanto il calo dei sussidi di disoccupazione (-16mila unità), nè l’andamento stabile dell’inflazione, che pur lascia spazio ad altri tagli dei tassi. A riaprire la corrente degli acquisti è stata soprattutto la scivolata dei prezzi del petrolio sotto i 70 dollari il barile. Due termometri come i titoli Wal-Mart e McDonald’s sono infatti saliti del 5% sulle attese di un aumento dei consumi legato al raffreddamento dei listini carburanti. Un gallone di benzina (3,8 litri) costa infatti ora 3,084 dollari, circa uno in meno rispetto ai picchi raggiunti nel luglio scorso.
Sul pannello di controllo dell’Opec, la spia rossa continua infatti a lampeggiare: la prossima settimana, molto probabilmente venerdì 24 ottobre, il Cartello terrà la riunione straordinaria in un primo tempo ipotizzata per il 18 novembre. All’ordine del giorno, un taglio della produzione.