Europa, sinistra in fuorigioco

Arturo Gismondi

L'europeismo della nostra sinistra, dei Ds in particolare, è stato in questi anni ispirato a una retorica vagamente dogmatica fondata sull’idea di una Europa destinata a trovare soluzione a tutti i nostri mali, come continente e come Paese. Una siffatta idea dell'Europa doveva partorire ben presto nel suo seno il peccato di «euroscetticismo» destinato a colpire chi volesse conoscere, di questo futuro, se non altro la natura e gli sviluppi.
Il governo italiano è stato accusato più volte di un euroscetticismo somigliante all'eresia, che si discutesse del mandato di cattura europeo, o dei parametri di Maastricht, della gestione della moneta unica o dei rapporti euro-atlantici. Immersa in un'idea siffatta, retorica e vacua al tempo stesso, la sinistra perbene, con l'eccezione di Bertinotti che vive nel suo sogno di «una Europa diversa è possibile» ha contrapposto alla ascesa del «non» in Francia l'atteggiamento scandalizzato che si deve dinanzi a fenomeni politicamente scorretti, e dunque da biasimare.
L'Ulivo ha rischiato il ridicolo o il peccato d'ingerenza tappezzando l'Italia di manifesti nei quali si invitano i buoni democratici nostrani a correre in soccorso dalla sorella latina minacciata dalla barbarie dei «no». Con questo bagaglio, non stupisce che i Fassino, i D'Alema e Giuliano Amato siano stati indotti da quel 55 per cento di «non» a elaborare il lutto della sconfitta. E ciò, senza capire bene in quale guerra si erano cacciati. Lo schema elaborato da Fassino, è un voto negativo sul quale dobbiamo riflettere, è il nulla assoluto. Ed è peraltro storicamente provato che quando la sinistra imbocca la strada della «riflessione» è destinata a rimanerci, e non bastano cadute di muri e collasso di imperi a venirne fuori.
Va aggiunto che a cavare Fassino e i suoi dall’imbarazzo non contribuisce la presenza, quale leader della coalizione, di Romano Prodi. Bene o male, giuste o meno che siano, le ragioni del «no», esse vedono coinvolta in primo piano la responsabilità di Prodi nei cinque anni del suo mandato: la gestione dell'euro, quella dei parametri di Maastricht, il carattere non democratico di decisioni che finiscono poi per avere un peso sulla vita dei popoli e dei singoli, la stessa paura diffusasi a motivo della estensione a nuovi Paesi dell'Ue, tutto chiama in causa la permanenza di Prodi nella passata Commissione di Bruxelles.
Né Prodi tenta di scansare da sé, e dalla sinistra, le accuse che gli vengono rivolte. In una intervista a Repubblica il Professore passa all'offensiva, attribuisce la crisi ai governi nazionali che avrebbero creato un movimento di opinione avverso all'Europa attribuendole tutto ciò che non andava nei singoli Paesi. «Hanno creato - dice Prodi - la fiaba metropolitana di una burocrazia straripante e onnipotente».
Sono parole imprudenti, e che rivelano come Prodi sia stato cinque anni a Bruxelles oltre a tutto senza capire nulla della logica delle istituzioni europee. Perché i governi nazionali, rappresentanti eletti dai rispettivi Paesi, sono stati dinanzi a una Commissione di burocrati, l'ultima istanza di difesa, o di mediazione fra gli interessi nazionali in conflitto. Non meraviglia, dati gli atteggiamenti degli ultimi anni, e per il peso rappresentato dalla presenza di Prodi nella coalizione, che i Ds non riescano a estrarre, dalla crisi europea, se non banalità tipo: è un bel guaio, dobbiamo rifletterci su.
C'è qualcosa di più che deve preoccupare la sinistra. I guai dell'Europa esplodono nel Paese che fin qui dalla costruzione europea ha tratto i maggiori vantaggi, la Francia, e si rifletta in proposito alla politica agricola che ha assorbito risorse sterminate. Ad essere colpito dal voto è, a parere unanime, Jacques Chirac. Che costituisce con Schröder quel che resta di quel direttorio franco-tedesco al quale una vecchia politica italiana, ripresa acriticamente dalla sinistra, ha affidato la guida del continente. Muoversi fra tante macerie non è facile, eppure la sinistra, prima di dar vita a quel programma che è un libro dei sogni prima ancora di essere scritto, deve sull'argomento dire qualche cosa. Qualche giorno di pausa, in attesa del seguito olandese, le è stato concesso. Ma ormai tutto, proprio tutto, è diventato chiaro.
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