Europee, il leader fa la morale ma dimentica i suoi 10 fuggitivi

«Non mi candido a Bruxelles, non voglio imbrogliare gli elettori come fa Berlusconi. È una questione di serietà». Così tuonò il segretario Pd Dario Franceschini, che non è antiberlusconiano come Veltroni ma ogni tanto alza la voce e punta il dito. Contro chi pensa che il Parlamento europeo sia «un residence per pensionati di lusso». Giusto. Chissà come ha fatto Berlusconi l’ultima volta, quando ha ingannato 3 milioni di persone. Misteri della democrazia. E soprattutto chissà dov’era Franceschini quando Prodi e i suoi scrissero le liste elettorali dell’Ulivo - Lista Prodi del giugno 2004. Quando a Strasburgo vennero parcheggiati, per un anno o due, una buona parte dei colonnelli di Ds e Margherita «disoccupati» da incarichi di governo per colpa di Silvio.
Dieci europarlamentari eletti su 20 - cinque al Ppe, altrettanti all’Eldr e 15 al Pse - hanno lasciato il Parlamento europeo prima della naturale scadenza del mandato. Tra loro Lapo Pistelli e Luciana Sbarbati ma anche pezzi da novanta come Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Che tornarono in Italia con l’avvento del Prodi due, il 27 aprile del 2006. Dopo nemmeno due anni di mandato. Eppure D’Alema aveva ricevuto 800mila voti nella Circoscrizione Sud, Pierluigi Bersani ne aveva raccolti 350mila nel Nord-Ovest e Enrico Letta 170.311 nel Nord-Est. E per sostituirli alla Camera (dove poi sarebbero tornati comunque) sono state anche allestite elezioni suppletive a Fidenza (collegio di Bersani) e a Gallipoli (quello di D’Alema). Altro giro, altro inganno.
L’ex premier, peraltro, nei due anni tra Bruxelles e Strasburgo, si era distinto per un accordo con il Partito del lavoratori di Ignacio Lula in Brasile, qualche euroaccusa sullo stato dei conti pubblici sotto il governo Berlusconi e uno «strano» sciopero, indetto dai sindacati europei, al quale si era presentato con Nicola Zingaretti (già capogruppo del Pse italiano, dimessosi pochi mesi fa per presiedere la Provincia di Roma) e altri eurodeputati. Nel mirino la cosiddetta «direttiva Bolkestein» sulla mobilità dei lavoratori europei. Voluta (indovinate un po’?) dall’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi.
L’euroticket Letta-Bersani, in attesa di tornare al governo, aveva invece preso di mira l’allora ministro Scajola, che avendo annunciato il ricorso alle riserve strategiche di gas si era macchiato della gravissima colpa di «portare il paese al black out energetico». Roba seria. C’è stato chi ci ha messo ancora meno, come i candidati a governatore di Abruzzo e Piemonte, Ottaviano del Turco e Mercedes Bresso. Che hanno rifatto i bagagli, destinazione Italia, il primo e il 24 maggio 2005. Undici mesi scarsi. Iniziative non pervenute
Il migliore resta l’imbonitore televisivo di Annozero Michele Santoro. Elettori rispettati, zero uguale. L’addio allo scranno risale al novembre 2005. Eppure quei 400mila voti e rotti portati a casa lo avevano inorgoglito non poco: «Non sono un star del giornalismo tv prestato alla politica - disse - farò molto seriamente quello che gli elettori mi hanno concesso di fare, ma mi batterò per cambiare la televisione italiana perché è giusto che cambi, a Strasburgo ci vado apposta per questo». Ma da quando è tornato il «suo» modo di fare tv non è cambiato. Più lungo il Ramadan di telecamere della sua collega Lilli Gruber (650mila voti), durato fino al 23 settembre del 2008, il giorno dopo essere andata in onda a Otto e mezzo su La7. Applauso.
Ma ora basta con le porte girevoli. Stavolta nel Pd non succederà, promette Franceschini: «Chiederò che vengano candidate soltanto persone competenti e che vogliono restare a lavorare in Europa, che non hanno mandati da sindaci o presidenti di Regione da completare». Chiederà, poi si vedrà. Va detto che il segretario un pensierino alla candidatura di bandiera l’aveva fatta: «Molti amici mi hanno detto “rifletti”, forse tu dovresti fare il capolista in tutte e cinque le circoscrizioni per sfidare Berlusconi». No, è poco serio. E già qualcuno maligna: l’ha fatto per evitare una brutta figura.
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