Europee, il treno democratico deraglia Franceschini isolato sulle candidature

RomaI giovani del Pd, guidati da Fausto Raciti, annunciano ufficialmente che non parteciperanno alla campagna elettorale. Non sono neppure saliti sul treno democrat di Dario Franceschini, che sta toccando le capitali europee (ieri era a Parigi col segretario, oggi arriverà a Berlino dove ci sarà Walter Veltroni, poi sarà a Praga), in polemica con le liste elettorali sfornate dal partito. «I giovani democratici non sono rappresentati per niente in quelle liste», i candidati «sono stati scelti dai vertici», le due proposte dell’organizzazione giovanile non sono state neppure prese in considerazione. Ma il caso Raciti è solo uno dei tanti che si stanno aprendo in questi giorni, e che rendono tutta in salita la campagna elettorale europea del Pd.
Un peso massimo del partito come Beppe Fioroni reclama un congresso «di chiarimento» all’indomani delle Europee, per risolvere «il problema interno» e salvare «dal rischio di asfissia l’intero progetto». Enrico Letta è critico col segretario: «Si potevano fare liste molto migliori». Goffredo Bettini, dopo lo scontro con Franceschini che lo ha portato a rinunciare alla candidatura, pensa già alla campagna congressuale e ha convocato un’assemblea dei suoi, lunedì a Roma, per lavorare ad una «piattaforma politica» che vedrà al centro la questione dei «diritti». Un attacco aperto all’ala post-Ppi, di cui il segretario fa parte, che frena sulle questioni etiche. Al fianco di Bettini ci sarà Ignazio Marino, il principale fautore del biotestamento.
Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari dà giudizi pesantissimi sulle scelte «prive di senso» per le liste elettorali, e attacca la decisione di Franceschini di candidare Luigi Berlinguer capolista nel Nordest: «Ma che c’entra lui col Veneto?». La campagna elettorale «sarà quasi impossibile», annuncia. E ora in Veneto fioccano le rinunce alla candidatura: dall’assessore veneziano Laura Fincato al sindaco di Montebelluna Laura Puppato.
Al Sud, invece, è scoppiato l’imbarazzante «caso Tedesco». Dal nome dell’ex assessore alla Sanità della regione Puglia che è destinato a subentrare in Senato al capolista Pd per il Sud Paolo De Castro, una volta che questo venga eletto a Strasburgo. Tedesco si è dimesso dopo un avviso di garanzia per associazione a delinquere e corruzione della procura distrettuale antimafia di Bari. Una storia di presunte tangenti relative alla fornitura di servizi sanitari, tutta da chiarire ovviamente. Ma le conseguenze politiche rischiano di essere devastanti, perché la storia esplosa sui giornali locali, rimbalzata a Roma e subito cavalcata da Antonio Di Pietro, è che sarebbe stato Tedesco a premere per la candidatura di De Castro, onde poter accedere al Senato e usufruire dell’immunità parlamentare. E per ottenerlo, raccontano a Bari, avrebbe minacciato di uscire dal Pd e candidarsi contro il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale del partito. Emiliano dunque si è battuto per De Castro, e ben nove parlamentari pugliesi gli si son rivoltati contro, firmando un comunicato in cui esprimono «profondo disagio» per le scelte elettorali. Il più furibondo è Francesco Boccia: «Abbiamo fatto un colossale regalo a Di Pietro. Queste liste elettorali, politicamente, sono un disastro». Un’altra delle firmatarie della protesta, Paola Concia, scrolla la testa: «È una brutta storia. Spero solo, per il bene del Pd, che sia vero quello che Tedesco dice, ossia di essere estraneo alle accuse». La presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, già mette le mani avanti: «Non mi piacerebbe averlo nel nostro gruppo». Intanto mercoledì i carabinieri sono andati a perquisire la casa di Tedesco, e le società del settore sanitario «riconducibili ai suoi figli». L’inchiesta continua.