Europei, oggi il fischio d'inizio La sfida dell’Italia dei Cassano

Parte l'avventura degli Europei di calcio. L'Italia è tra le favorite, ma non sarà una passeggiata. A trascinarla potrebbe essere Cassano: non piace a tutti però va bene lo stesso, perché quelli come lui fanno credere a
tutti di essere un po’ migliori. E possono alzare una coppa. Guarda lo <strong><a href="/la_sp.pic1?SID=59&TIPO=22">Speciale Euro 2008</a></strong>. Il programma delle <strong><a href="/a.pic1?ID=267226">partite in tv</a></strong>

L’ultima possibilità forse è la prima. Serve a Cassano, serve all’Italia. Non c’è un appiglio, stavolta. Non c’è Totti, non c’è Lippi, poi Donadoni è giovane, Cannavaro è rotto. Senza identità sei schiavo della fantasia. Cioè di Antonio: inaffidabile, sbruffone, irascibile. Fenomeno. Non piacerà però è quello che rimane: una speranza e pure una faccia da schiaffi, l’unico appiglio, perché va bene Di Natale, va bene anche Toni, va bene tutto, però a un certo punto servirà il personaggio, quello da esaltare o quello da deprimere. Re o giullare. Del Piero no, non può. È lui, Antonio. Punto. Dicono sia arrivato ai materassi: o funziona o finisce. Ventisei anni, l’età matura di un immaturo. È il paradigma dell’Italia, Cassano. Cerca una regola, vuole sicurezza, vive con l’ossessione della Romania, perché non basta l’immigrazione, adesso arriva anche la Nazionale, arriva Mutu, arriva Chivu, arriva Contra. Fanno più paura di Domenech e della sua Francia, di Van Basten e della sua Olanda.

L’Europeo non è il mondiale, di nuovo. Però spaventa di più: perché qui ci si sente giudicati prima. Meno squadre, meno partite: è la paura del fallimento, il timore che qualcuno ti possa dire che non sei adeguato. Vale per le leggi, vale per il pallone. Bruxelles che censura è lo stadio di Berna che ti fischia. Al mondiale hai tempo: hai la squadra debole, hai la Cina, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti. Qui giochi subito pesante. Allora il paragone funziona: l’Italia è Cassano, borderline e più geniale degli altri. Esagerato. Mario Merola pallonaro, volgare, teatrale, eccessivo. Questa può essere la sua rivincita: quattro anni fa fu l’unico e l’ultimo. Furono le lacrime dopo la vittoria inutile contro la Bulgaria. «Quant’è tenero», scrissero. Poi è diventato tutto quello che era prima: sbagliato, viziato, maleducato, diverso. Si ricomincia adesso, all’ultimo giro di una stagione che l’ha rimesso in cammino, l’ha fermato per l’ultima follia e poi l’ha ripreso di nuovo. Mezza Italia non lo voleva, preoccupata di trovare ogni giorno un’idiozia, fissata col rischio dell’ultima frignata, angosciata dall’ipotesi che faccia le corna all’arbitro in Eurovisione.

Adesso che c’è, tutto questo resta: l’incognita, il mistero, l’ipotesi che superi il limite e pure l’immaginabile. È la zona grigia: prendere o lasciare. Prendi, prendi. Prendi sempre. Donadoni ha preso, l’Italia ha preso, sapendo che dentro c’è anche la possibilità di godere. Perché questa squadra ha bisogno di un’illusione reale, di una magia, di un tocco, di un assist. S’è sbriciolata la certezza della difesa: Cannavaro fuori significa che devi attaccare e basta. Allora si parte da dietro, si parte seduti da una panchina: così dice la gerarchia. Poi si alza e l’Italia lo guarda. Numero diciotto. È quello il momento: Cassano è un Baggio che non sarà mai Baggio. Non avrà la gente che lo spinge, la stampa che lo pompa, la tv che lo sponsorizza. Sarà quello che «è colpa sua». Sarà sempre quello di Bari Vecchia, quello che non sa parlare in italiano. Tutto quello di cui un po’ ci vergogniamo e che però spesso ci rappresenta: un provinciale convinto di essere il migliore del mondo. Cassano non piace, però va bene perché quelli come lui fanno credere a tutti di essere un po’ migliori. E possono alzare una coppa.