Eurotruffa, Prodi sbaglia numero: "Sì, ero io a usare quel cellulare"

Il portavoce Sircana difende il Professore per il coinvolgimento nell'inchiesta di Catanzaro, ma ammette: &quot;La scheda del cellulare è stata fornita dalla Delta Spa&quot;. <a href="/a.pic1?ID=192973"><strong>Il capo del Pm convocato a Roma</strong></a>

Catanzaro - Una smentita che non smentisce. Anzi, alimenta i sospetti. Nel pomeriggio di ieri il portavoce del governo, Silvio Sircana, ha fornito la versione del premier sul telefonino che ha contattato numerosi indagati dell’inchiesta sul comitato d’affari che avrebbe fatto business tra Bruxelles e San Marino.

Solo di fronte ai riscontri investigativi spiattellati sui quotidiani, alla pubblicazione sul Giornale del grafico con il traffico telefonico del premier, e alle ammissioni dei vertici della società cui era intestata la scheda in uso al presidente del Consiglio, Sircana ha chiamato l’Ansa per trarre la conclusione che da quella utenza «non può emergere niente altro che la correttezza e la trasparenza del suo operato (di Prodi ndr)». Sircana spiega quanto era già stato acclarato. E cioè che «effettivamente il numero del telefono cellulare abitualmente utilizzato da Prodi gli è stato assegnato al suo rientro da Bruxelles».

E che «la scheda telefonica, insieme ad altre utenze utilizzate dallo staff del presidente, è stata fornita dalla Delta Spa, che comunque non è una società di San Marino». Anziché aggiungere qualcosa di nuovo il portavoce di Palazzo Chigi si limitata a ripetere quanto già descritto dal perito del pm, Gioacchino Genchi, e ribadito dall’ad di Delta, Anselmo Galbusera: «Successivamente - continua Sircana - questa scheda, nel novembre 2004, è stata volturata all’associazione Ulivo-Democratici. Poi a Palazzo Chigi da quando Prodi è diventato presidente del Consiglio. Quindi, non c’è nulla di misterioso, intrigante e intrigato». Opinabile. Anziché entrare nel dettaglio delle specifiche contestazioni sui rapporti «stretti e duraturi nel tempo» con gli indagati eccellenti, il portavoce del premier passa a parlare di fatti minimali che esulano dall’inchiesta. «Sicuramente l’eccessiva notorietà di questo numero telefonico non fa altro che dimostrare l’assoluta trasparenza di questa utenza, anche se a volte può aver portato delle seccature. Proprio durante la concertazione sulla Tav qualcuno pensò bene di far conoscere questa utenza a dei contestatori in Val di Susa, con la conseguente valanga di sms di protesta alla quale, oltretutto, il premier rispose in gran parte». Sarà pure, ma che c’entrano gli sms anti-Tav con i «numerosi contatti circolari telefonici della scheda di Prodi - così scrive la procura - con le utenze fisse e cellulari» degli indagati per associazione per delinquere, truffa, violazione della legge Anselmi sulla massoneria coperta? Sircana non lo dice. Ci gira intorno, e incorre in un infortunio forse voluto. Dice: «E cosa pensare dei 36mila contatti con Bonferroni?». Sircana, o chi per lui, finge di non sapere che le trentaseimila telefonate sulle quali si sta concentrando l’attenzione della procura di Catanzaro non riguardano le sole telefonate con Bonferroni ma l’intero traffico telefonico di Prodi, dove spiccano contatti con gli indagati Saladino, Scarpellini, De Grano, Gozi.

E il fatto, come conclude Sircana, «che Prodi abbia voluto conservare lo stesso numero anche quando è arrivato a Palazzo Chigi» a testimonianza della consapevolezza che da eventuali indagini sull’utenza incriminata «non possa emergere niente altro che trasparenza e correttezza del suo operato», non risolve l’arcano: è normale che l’ex presidente della commissione Ue abbia intrattenuto «stretti e duraturi contatti» con gli indagati interessati - secondo l’accusa - a fare manbassa di finanziamenti europei? Sarà normale, ma lo si dica.