Eutanasia, il caso di Eluana sbarca in Europa

Sembrava solo una mossa disperata. Un estremo tentativo per impedire che la vicenda di Eluana Englaro finisca, una volta per tutte. Invece ieri, quando la Corte europea di Strasburgo ha aperto un fascicolo sul ricorso presentato da 34 associazioni «in difesa della vita umana», s’è capito che altre pagine sono da scrivere su questa storia di dolore e di speranza. In senso tecnico, tuttavia, non si tratta di un vero e proprio ricorso accolto: la Corte ha fatto partire la procedura pur rigettando la clausola d’urgenza; ora ci potrebbe essere una discussione nel merito, sempre se il ricorso andrà a buon fine. Intanto Rosaria Elefante, legale che cura l'azione promossa dalle associazioni, chiede «la fissazione, il prima possibile, di un'udienza per discutere nel merito e una comunicazione ufficiale sul caso da parte di Strasburgo».
Di sicuro il dibattito trova nuovi spunti. Beppino Englaro, padre della donna in stato vegetativo da quasi 17 anni in seguito a un incidente stradale, commenta a caldo: «È un altro ostacolo. Personalmente ho agito con grande limpidezza, ma c’è qualcuno che sta facendo di tutto per ostacolare ciò che è stato deciso. Facciano quello che vogliono. Abbiamo un decreto esecutivo da eseguire». La settimana scorsa la Corte di Cassazione aveva di fatto dato il via libera all’interruzione dell’alimentazione, respingendo l’istanza del procuratore generale di Milano. Forse l’ultimo sfogo davanti ai giornalisti, prima della decisione di chiudersi, d’ora in poi, in «assoluto silenzio stampa». Una scelta argomentata così: «Ringrazio tutti i media dell’aiuto e del sostegno che mi avete offerto in tutti questi anni, ma ritengo che non mi resta altra scelta che non parlare più. Altrimenti non uscirò mai da questo vortice». Il vortice che ha portato il dramma di sua figlia a diventare un simbolo, una frontiera in un certo senso, per tutti i malati italiani che si trovano nelle medesime condizioni. «Non posso certo impedire agli altri di commentare questa vicenda - chiarisce Englaro -. Ma devo conservare le poche forze che mi rimangono per portare a termine quello che sto facendo e che devo fare». Quindi l’ammissione che la partita non è ancora chiusa, anzi. «So che le proveranno tutte per ostacolarmi, come in un gioco senza fine. Io stesso andrò avanti per la mia strada, da adesso in poi in silenzio».
La posizione della Corte di Strasburgo non si traduce immediatamente in un verdetto, eppure secondo il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, sostenitrice della necessità di una legge sul cosiddetto testamento biologico, «si tratta di una decisione significativa e importante: in ogni caso il ricorso delle associazioni non è stato respinto. Vuol dire che i malati, attraverso chi li rappresenta, sono direttamente coinvolti e dunque legittimati a far valere le proprie ragioni». Punto di vista non condiviso da Maria Antonietta Coscioni dei Radicali, membro della commissione Affari sociali della Camera. «Non siamo di fronte a nessuna decisione, e nemmeno alla legittimazione delle richieste dei malati». Solo una pura formalità burocratica, allora? «Niente di più, anzi qualcosa in meno: la Corte di Strasburgo non ha infatti ritenuto di dover agire con urgenza».
Resta acceso il fronte della polemica sull’introduzione nel nostro ordinamento, per sentenza, del principio di eutanasia. Ieri Franco Cuccurullo, presidente del Consiglio superiore di Sanità, ha dichiarato: «Eluana non morirà della patologia da cui è affetta, ma di fame e di sete. Cosa c’è di diverso dall’eutanasia, dall’omicidio?». Una domanda a cui, in pubblico, Beppino Englaro da oggi non risponderà.