Eutanasia perché ha 93 anni: la vecchiaia ora è una malattia

Fa venire i brividi pensare che un giorno ci si possa stancare di aprire gli occhi, di incuriosirsi. Di mangiare, di bere. O di guardarsi allo specchio. Ci si possa stancare di vivere.
Fa venire i brividi anche solo immaginare che una nonna come tante, nonna Amelie, 93 anni raggiunti con quella dolce navigazione che consente di contenere gli acciacchi con qualche aggiustatina di rotta, di tanto in tanto, decida di farla finita. Di andarsene. Non in punta di piedi, ma addirittura sbattendo la porta in faccia al resto dell’umanità, con un gesto fragoroso e clamoroso.
Stava bene Amelie. Niente patologie particolarmente preoccupanti se non quelle legate alla sua età, alla vecchiaia, come si usa dire anche se non si indossa un camice bianco e non si maneggia abitualmente cartelle cliniche. La vecchiaia, solo la vecchiaia. Hai detto niente.
Ecco la malattia di cui soffriva nonna Amelie. In Belgio, dove questa donna ha vissuto la sua vita dal primo all’ultimo giorno, non volevano crederle, non volevano darle retta. Ma soprattutto non volevano concederle il permesso di andarsene.
Così Amelie Van Elsbeen, dopo un anno di polemiche e battaglie legali, pur di conquistarsi l’eutanasia aveva cominciato nei giorni scorsi, nella casa di riposo dove risiedeva, poco lontano da Anversa, lo sciopero della fame. Trasformando il suo caso in un caso nazionale, innescando con interviste, rilasciate a giornali e tv, l’ennesimo dibattito sulla libertà di vivere e di morire piuttosto che sull’opportunità o no di estendere l’eutanasia ai minori, alle persone malate di Alzheimer o prevedere questa possibilità solo per i malati entrati in una fase terminale.
Un dibattito acceso e controverso anche in un Paese, come il Belgio, che ha detto sì, già nel 2002, all’eutanasia, sia pure secondo regole ben precise e partendo sempre dal capolinea più scontato: che chi ne fa richiesta sia affetto da un male incurabile e abbia dolori insopportabili.
Ma Amelie stava bene e per questo motivo il medico, che la seguiva abitualmente, aveva rifiutato di assecondarne la richiesta fino a quando, un paio di giorni fa, un altro medico ha deciso di dirle di sì e l’ha fatta morire. Ora noi potremmo appigliarci a quel «male di vivere», raccontato da Montale e da un’infinità di altri autori del Novecento e non solo del Novecento.
Potremmo tentare di capire, di scavare nel subconscio di Amelie. Ma sarebbe solo un far finta di non vedere e di non capire il vero male di questa nonna decisa ad andarsene in modo così clamoroso: Amelie Van Elsbeen, pativa la sua vecchiaia come un male insopportabile e incurabile. Per questo motivo, hanno sempre detto e ribadito i suoi familiari, che l’hanno assecondata nella sua battaglia, aveva più volte manifestato il desiderio di morire. Quindi, assecondando il suo desiderio quel medico è come se avesse riconosciuto che la vecchiaia è una malattia.
Una malattia che può diventare insopportabile, incurabile. E di conseguenza alleviata, o meglio aggirata, con il ricorso all’eutanasia. Aveva un peso opprimente la signora Amelie Van Elsbeen e il suo genere di peso è di quelli che si portano ogni giorno, ogni istante, con una fatica che diventa sempre di più insostenibile. Una fatica che si vorrebbe gridare al mondo se non si temesse di essere derisi da una gran parte di quel mondo che è molto lontana dall’età in cui si può patire quel genere di fatica insopportabile.
Sconvolgente, nonna Amelie con la sua convinzione. Con la sua ostinazione in questa battaglia che fa deragliare all’improvviso altre convinzioni. Quelle per esempio che associano la vecchiaia alla saggezza, alla serenità d’animo. Persino alla voglia di vivere e di ricominciare. «La vecchiaia - diceva Tolstoj -, è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare». E la sorpresa, si sa, può spiazzare. Al punto da far vedere la vita e la morte con occhi diversi.