Eutanasia, al processo la moglie di Welby e il libro-testamento

Forse qualcuno è rimasto deluso. Ma sta di fatto che ieri il gup del tribunale di Roma, Zaira Secchi, non si è pronunciata per il «non luogo a procedere» nei confronti di Mario Riccio, il medico cremonese indagato per aver praticato l’eutanasia su Piergiorgio Welby, deceduto la notte del 20 dicembre scorso, dopo una lunga malattia conclusasi appunto con l’eutanasia praticata dal dottor Riccio.
Si andrà avanti con una prossima udienza fissata per il 23 luglio, nel corso della quale si potrà anche decidere il rinvio a giudizio con successivo processo davanti alla corte d’Assise. Intanto, l’ordinanza del gup ieri ha disposto per la prossima udienza la convocazione della moglie di Welby, Mina.
«Nel provvedimento si prevede anche l’acquisizione del libro di Welby dal titolo “Lasciatemi morire” con la lettera che lo stesso ha scelto di inviare, negli ultimi giorni di vita, al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano», ha specificato ieri mattina l’avvocato Giuseppe Rossodivita, legale di Riccio. Ci aveva pensato il gip Renato La Viola, del Tribunale di Roma, ad ordinare alla Procura della Repubblica di formulare la richiesta di rinvio a giudizio per il dottor Riccio con l’imputazione coatta in ordine al reato di omicidio del consenziente. La Viola aveva considerato anche che «dopo aver acquisito il consenso di Welby ad interrompere la terapia ventilatoria, il medico anestesista iniziava la sedazione mediante la somministrazione per via venosa di Ipnovel e Propofol e, contestualmente, provvedeva al distacco dal ventilatore polmonare». Operazione che, iniziata alle 22, era terminata alle 23.40 con il decesso del paziente.
Intanto, nonostante la bufera che si è scatenata dopo il caso, ieri l’anestesista Mario Riccio, che attualmente opera nell’ospedale di Cremona, ha scelto di commentare la domanda «lo rifarebbe?» con un perentorio: «Sì, ovviamente».
In dicembre, dopo che Welby si era rivolto al Tribunale civile di Roma per interrompere la terapia medica in corso, era stato addirittura uno dei due medici che lo seguiva ogni giorno a opporsi al ricorso presentato dal suo stesso paziente chiedendone il rigetto.