Eutanasia a Welby: la vedova rischia l’accusa di omicidio

da Milano

Anche Mina Welby rischia l’imputazione per «omicidio di consenziente». La moglie dell’esponente radicale, morto nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 2006, sarà interrogata stamane dal gup romano Zaira Secchi. Il giudice deve decidere se Mario Riccio, l’anestesista che interruppe la ventilazione meccanica aiutando Welby a morire, debba essere prosciolto dall’accusa di «omicidio del consenziente», o invece rinviato a giudizio. L’imputazione coatta di Riccio era stata decisa dal gip Renato Laviola, secondo il quale «l’intervento attivo di Riccio è una violazione del “diritto alla vita”».
L’eventuale imputazione di Mina Welby dipende dalla deposizione di oggi, ma la vedova, interrogata come teste, ha sempre difeso le scelte dell’anestesista. Se le accuse a Riccio venissero confermate, sono a rischio imputazione anche Carla Welby, sorella di Piergiorgio, e i radicali Marco Cappato e Marco Pannella, che erano presenti al momento della morte di Welby e che hanno firmato la cartella clinica.
Per il procuratore Giovanni Ferrara ed il sostituto Gustavo De Marinis, titolari dell’inchiesta, Riccio ha «attuato un diritto del paziente», e che dunque l’anestesista deve essere prosciolto, mentre secondo il gip Laviola «consentire simili pratiche è un rischio: in assenza di regole e di controlli, tutto verrebbe rimesso alla totale discrezionalità del medico».
Il codice penale non prevede esplicitamente l’eutanasia, ma chi la pratica con il consenso del malato (articolo 579 del codice penale) viene punito con la reclusione da sei a quindici anni. Anche i princìpi sanciti dalla Costituzione sono chiari. L’articolo 32 recita: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» che però «non può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
Intanto il mondo medico è diviso sull’eutanasia e invoca una legge sul testamento biologico. Secondo un recente sondaggio condotto dalla Federazione dell’Ordine dei medici solo il 19% degli intervistati è favorevole alla sospensione della cure, mentre il 64% dei camici bianchi ritiene che si dovrebbero soddisfare «le richiesta di un paziente di non attuare o di interrompere i trattamenti di sostegno vitale». Il ministro della Salute Livia Turco ha già annunciato che non firmerà i decreti attuativi della convenzione Ue di Oviedo su dignità della persona e autonomia rispetto alle scelte mediche: «Serve una maggiore condivisione parlamentare su una materia di altissimo valore». Ma nelle Camere le distanze tra i partiti su testamento biologico e diritto alla «dolce morte» sono abissali. La sinistra deve vincere le resistenze dell’ala «teodem», il centrodestra è compatto sul «no» al testamento biologico. «Chi mette in relazione l’autodeterminazione alla scelta delle cure e l’eutanasia non sa di cosa parla», dice il ds Ignazio Marino, presidente della commissione Sanità del Senato. Ma intervistato sul caso Welby dalla giornalista del Tg1 Adriana Pannitteri per il libro Vite sospese - Eutanasia, un diritto? (Aliberti), Marino si chiede: «È giusto tenere Welby e altri pazienti legati alle macchine?». Un interrogativo al quale il Parlamento non ha ancora dato una risposta.
Raggiunta telefonicamente, Mina Welby non sembra preoccupata della possibile imputazione. «Negli ospedali si può fare tutto, a patto che non lo si dica ad alta voce», afferma. E il sondaggio dell’Ordine dei medici le dà ragione: l’1% ammette di aver praticato l’eutanasia o il suicidio assistito, nel segreto delle corsie d’ospedale, a dispetto della politica e della legge. «Ho solo rispettato la volontà di mio marito - aggiunge - e difeso le ragioni della sua battaglia».
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