Per evitare il disastro la scuola torni a Gentile

Caro Granzotto, andiamo di male in peggio. Leggo infatti che stando ai dati dell’Unione europea il numero dei «quindicenni italiani che faticano a comprendere le pagine scritte è aumentato del 39 per cento in sei anni, e oggi sfiora il 26,4 per cento. Una percentuale che colloca la Penisola in fondo alla classifica». La scuola è già disastrata, ma se non insegna nemmeno a leggere e scrivere siamo proprio ridotti male. Cosa bisogna fare per evitare che di qui a un paio di generazioni gli italiani si ritrovino analfabeti?


Ci vuole una prova di forza, caro Di Giovanni. Ci vuole una Controriforma che spazzi via il tritume didattico e ideologico della dozzina di «riforme» che si sono succedute degli ultimi trent’anni. È un fatto, ampiamente certificato, che la scuola così come l’aveva strutturata e disciplinata Giovanni Gentile era tra le migliori al mondo, diplomando ragazzi con una preparazione di base da far invidia. Si riparta dunque da lì. Per farlo, occorre mettere in condizione di non nuocere i pedagogisti, i sociologi, i tremendissimi docimologi (gli «esperti» nella valutazione didattica) e le migliaia di petulanti De Mauro che infestano il ministero della Pubblica istruzione e il mondo della scuola in genere. Qualche lavoretto di «utilità sociale» dove impiegarli si trova sempre. Fatto ciò, in un colpo solo si torna all’antico. E ciò vuol dire elementari-medie-liceo. Vuol dire esame (e-sa-me, non «valutazione») di maturità su tutte le materie e per i programmi dei tre anni. Vuol dire voti, dallo zero al dieci: sulle pagelle numeri, non parole. Vuol dire promozioni e bocciature, niente più bischerate come i «debiti formativi». Vuol dire niente più papocchi fra docenti e discenti, con il relativo abbandono del concetto che l’alunno è un «utente» con tanto di Carta dei diritti. La scuola non è l’Enel, non è la Posta e Telegrafi. Non eroga servizi. Vuol dire che dalla prima elementare in su, in aula si insegna, si «forma». Perché la scuola è insegnamento, è formazione e non, come si pretende oggi, autoapprendimento. O spontaneismo, per cui calati nell’acqua miracolosa della «spontaneità» errori, castronate e idiozie varie diventano incensurabili «espressione del proprio io».
Per quanto concerne il recupero dell’alfabetizzazione, dettati e temi, temi e dettati. Lettura - ad alta voce - in classe. Poesie mandate a memoria. Non s’impara l’italiano con quella baggianata della ricerca «copiaincolla» o con elucubrazioni metodologiche che hanno portato - il vertice della follia didattica - a suddividere il tema d’italiano, agli esami ex di maturità oggi di Stato, in «saggio breve, intervista, lettera, articolo e relazione». L’autore di questa trovata meriterebbe la condanna a zappar terra per vent’anni (per un periodo più breve, ma sempre zappa in mano, chi decise di ribattezzare l’educazione fisica in «espressione corporea»). Se, come s’auspica il ministro Gelmini, si vuole ricostruire l’identità culturale italiana, non c’è altra strada, caro Di Giovanni, che questa, buttando nel bidone della spazzatura il criterio primario della fallimentare «didattica progressista» e cioè che la scuola debba favorire e privilegiare i meno dotati a scapito dei più dotati, cioè di quelli che domani daranno lustro, fama e ricchezza alla Patria. Una volta nella pattumiera, la meritocrazia farà finalmente aggio sull’egalitarismo piagnone. E si tornerà a quel tipo di sano «confronto» che chiamasi competizione, molla di tutti i successi e dunque anche di quelli scolastici.