Per evitare guai, sparisce Luchino di Montezemolo

I fratelli Vanzina non lo confesseranno mai, neanche sotto tortura, ma in una prima stesura di 2061, quando il film doveva intitolarsi Italia 2051, l'approdo della scombinata armata decisa a rifare la nazione era Torino, anzi la tenuta di Torre Rossano, dove il capo della Resistenza, una specie di novello Cavour, aveva le fattezze e i modi eleganti di un tal marchese Luchino Cordero di Montezemolo. Di più: a congiurare nell'ombra per far saltare il progetto era un certo duca Briatore, legato ai Longobardi, insomma ai leghisti refrattari all'idea di un'Italia nuovamente unita. Un gioco da non prendere sul serio.
Ma strada facendo, magari pure per non urtare la sensibilità dell'uomo Confindustria visto che l'allegra brigata risale l'Italia su due funzionali Fiat Multiple a metano in stile Mad Max con stemma bene in vista, s'è preferito connotare in modo meno diretto la figura dell'aristocratico: ora ribattezzato marchese di Villa Sparina e interpretato da Ninì Salerno, ex gatto di vicolo Miracoli. Restano in compenso gli eleganti completi gessati doppiopetto; e quell'erre moscia allude senza dubbio alla dinastia Fiat, incluso il molesto ragazzino calciatore chiamato Lapetto. D'altro canto, i Vanzina non rinunciano a fare nomi e cognomi, da Della Valle a Cecchi Gori passando per «Mortadella» Prodi, in questa satira sull'Italia ventura che, senza citarlo per non farla troppo seriosa, pare a tratti rilanciare il pensiero di Massimo D'Azeglio. Laddove il saggio e deluso statista piemontese teorizzò: «L'indipendenza di un popolo è conseguenza dell'indipendenza dei caratteri».