«Evviva, torna la piazza» Così la sinistra vuol coprire il suo vuoto

Nel Sessantotto c’ero, un po’ vecchiotto (appena sotto i trenta) ma c’ero. Anzi, insegnavo storia e filosofia e andavo a fare la rivoluzione con i miei studenti. Che cosa è rimasto? No, non si può dire nulla. No, non si può neanche dire soltanto che siano rimasti danni (come sostiene Sarkozy e una corrente del pensiero di destra).
Ma diciamo che c’è rimasto poco. In quel poco c’è stato un netto, forte, drastico cambio di costume, di comportamenti, abbigliamenti, libertà individuali. Se queste libertà fossero progressive o no, è questione di lana caprina e gusti personali. Un vecchio psicoanalista mi disse che il Sessantotto era stato come una forte mareggiata che sconquassa la banchina, spazza via i moli, danneggia le barche e le case, ma lascia poi sulla sabbia qualche perla, qualche scrigno di galeone.
Oggi si grida molto «riecco il Sessantotto», e lo gridano coloro che dal nuovo Sessantotto non ricaverebbero nulla, come gli studenti non sfiorati dalla riforma Gelmini. Ma la storia, se una cosa insegna, è che non si ripete mai. Mai nello stesso modo. I corsi e i ricorsi di Vico non si trovano in natura. Dunque un altro Sessantotto è impossibile, anche se nel nostro anno l’otto c’è e dunque fa cifra tonda: sono passati quarant’anni da quando una generazione con capelli a spazzola, camicia aperta, volti rasati, dette l’assalto a una ferraglia di mondo che veniva direttamente dall’Ottocento e dalle due guerre mondiali, con tante cose buone dentro ma pieno di autoritarismo senza autorità, di spreco della ragione, di offesa della ragione. Ne venne fuori uno scontro romantico, che provocò molti più reduci che combattenti.
Da allora le occupazioni universitarie diventarono parte del corso degli studi, le lunghezze di capelli e barbe materia di libera interpretazione, anche se allora non si vedevano le barbe col pizzetto o disegnate col rasoio, come accade oggi. La nostra barba era selvatica come la capigliatura e voleva dire siamo in guerra, siamo alla macchia, non abbiamo tempo. Più tardi nascerà la moda post-sessantottina della barba dello sciupafemmine, quello che dice «scusate, due notti e due giorni così mi hanno stremato, che donna, non sono riuscito neanche a farmi la barba». Finzioni, naturalmente. Apparenze e messe in scena, ma le rivoluzioni sono fatte prima di tutto di gesti teatrali, di uniformi subito copiate dai creatori di moda. Da allora il femminismo, che era parte integrante della «nostra» rivoluzione, è morto e le donne assistono impassibili al più grande massacro che si sia mai fatto della loro dignità di donne e di ragazze che si adattano a ruoli subalterni e di potere.
Dunque, ci risiamo? Tutti dicono che fischia il vento e urla la bufera, Liberazione lo giura, il Manifesto lo avverte nelle nari, ma in realtà credo che ci troviamo di fronte ad altro.
A che cosa? Penso che la riforma Gelmini c’entri poco, per quanto io sia testimone del tormento dei miei amici fisici e ricercatori, tutti coloro che nel più ampio mondo della cultura, che non coincide tutto con quello della scuola, stanno affogando come in un sottomarino incagliato in una lenta agonia che non può più tornare a galla.
Ma c’entra un’altra cosa: un vento che è nella storia e che come nel 1968 rischia di non essere capito, di non essere fiutato, o di essere liquidato per quel che – anche ma non solo – è: un vuoto di proposte, una assenza di politica concreta, una tentazione di strumentalizzare. Questo vento, o magari una brezza, si sente. Temo che questo Paese avverta una frattura, uno scompenso fra il Paese legale e il Paese reale che va al di là delle responsabilità di un singolo governo, specie di questo che sta governando da pochi mesi. Ma la spaccatura si avverte: la frattura generazionale è forte a Napoli e nel Sud, dove la scuola è di qualità inferiore e la società è di qualità inferiore e poiché oggi tutti viaggiano e vedono, queste inferiorità bruciano come piaghe.
Si avverte nel diaframma fra Paese e Parlamento, perché gli agitatori della Casta hanno portato secchiate di benzina al rogo delle istituzioni. La spaccatura si avverte nella pochezza del sistema di comunicazione e informazione, di qualità molto bassa se confrontato con quello delle nazioni leader. La cappa di piombo della recessione possibile, della crisi finanziaria, di nuovi scenari di tensione e di guerra fanno il resto, oltre allo spirito teatrale e nichilista, eternamente coltivato da una sinistra vuota di idee, di proposte, di sogni, persino delle follie che dovrebbero costituire la natura, il Dna della sinistra, mentre la destra dovrebbe rappresentare il principio di realtà, il rispetto delle necessità di cassa, il rispetto delle regole. La sinistra italiana invece ha rovinato tutto: si traveste da destra e finge di saper dare lezioni alla destra, spingendo la destra a riempire vuoti che non sono suoi, e dunque a farlo di malagrazia.
Che cosa fare allora? Credo che questo sia il momento di prestare il massimo ascolto, di evitare di dire che tutte le proteste assurde sono per l’appunto assurde, perché l’assurdo è un attore di prima linea in questa pièce teatrale che è la storia, una storia essenzialmente dell’assurdo. Capire e governare l’assurdo, accompagnarlo e intuirlo è stato sempre una rara virtù delle persone di cultura, meno sensibili al richiamo ragionieresco della grevità della condizioni di un bilancio o di un budget. Il Sessantotto è stato un insieme di assurdità reali, teatrali, significative specialmente quando sembravano e venivano bollate come insignificanti, velleitarie, inutili. Il governo dovrebbe imparare a emettere dei sensori, a infilarli nel corpo sconosciuto della società irrazionale e capire. Lo saprà fare? Io penso che oggi non ne abbia gli strumenti e non so se saprà capire la necessità di provvedersene. Intanto il lievito dell’irrazionale fa crescere questa panna montata che è la contestazione senza fine e senza storia, ma che alla fine finirà per trovarla la sua storia e allora sarà troppo tardi. Tutti diranno: «Io c’ero», mentre dovrebbero dire: «C’ero, ma non capivo» come accadeva in una bella e ormai vecchissima canzone di Jannacci, Prete Liprando, che cominciava con questo prologo: «Questa canzone è dedicata a tutti coloro che, pur assistendo a fatti storici importantissimi, non se ne accorgono nemmeno».
Forse la nuova contestazione non sarà un fatto storico importantissimo, ma capire e saper travestire la propria mente per mescolarsi alla folla, sarebbe la vera operazione politica e culturale necessaria per agire nel modo più utile alla società che sta soffrendo una crisi ancora non indagata e dunque non ancora degna di una risposta.