Gli ex An guidano la rivolta: "Piuttosto usciamo dal Pdl"

La Russa e Matteoli non mollano e avvisano il premier: con Monti il partito è senza futuro. Domani l’ufficio di presidenza deciderà la linea

Roma - Le facce lunghe, gli sguardi perplessi, le frasi affilate trattenute a stento. Gli ex An del Pdl questa volta stanno all’opposizione. Certo le loro posizioni assumono gradazioni diverse ma lo spettro degli umori è decisamente orientato contro il governo Monti e contro ogni ipotesi di esecutivo tecnico. Un rifiuto netto motivato dalla necessità di rispettare il voto popolare, non avallare la sconfessione della politica e la cessione di sovranità alla tecnocrazia.
Nessuno si spinge fino a ipotizzare scissioni, fughe in avanti o costituzioni di gruppi separati. Ma il monito che viene trasmesso al premier, sia pure pronunciato senza decibel in libertà, è chiaro: «Così andiamo a sbattere, noi, te, la nostra storia e il futuro stesso del Pdl». In realtà non c’è neppure bisogno del faccia a faccia allargato che va in scena a Palazzo Grazioli per avere una fotografia del malcontento che si vive in quello che un tempo fu il partito di Via della Scrofa. «Sarebbe sbagliato sottovalutare il disagio che attraversa il centrodestra di fronte all’ipotesi di un governo Monti» dice in mattinata Andrea Ronchi: «È necessario comprendere, analizzare e non sottovalutare la preoccupazione di tanti esponenti del centrodestra italiano». Una posizione che viene sposata con nettezza e convinzione da Ignazio La Russa, Altero Matteoli, Giorgia Meloni, Domenico Nania, Massimo Corsaro, Pietro Laffranco ma anche, sulla sponda politica de La Destra, da Francesco Storace e Teodoro Buontempo. Un nucleo compatto che in queste ore fa sponda con Maurizio Sacconi, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Si attesta, invece, su una posizione meno netta Maurizio Gasparri che non è certo entusiasta delle ipotesi in campo ma invita a valutare la delicatezza del momento. In controtendenza, invece, Adolfo Urso, Andrea Augello e Gianni Alemanno, costretto anche a valutare la possibile ricaduta di un «no» sulla maggioranza che lo sostiene in Campidoglio.
A questo punto la linea definitiva sarà decisa nel corso di un ufficio di presidenza del Pdl che dovrebbe tenersi sabato pomeriggio. Un richiamo alla sovranità degli organi statutari che la dice lunga sulla volontà di non procedere a colpi di diktat. Ma il travaglio c’è ed è forte. «Il vero dilemma - spiega La Russa - è capire se all’Italia serva di più un governo senza il conforto del voto popolare, sostenuto magari da una disparità di voci non sempre conciliabili, oppure, nel più breve tempo possibile, un governo santificato dal voto popolare». «C’è una situazione particolarmente importante dal punto di vista economico» continua il ministro della Difesa. «Noi stiamo valutando tutte le opzioni e, come ha detto bene Angelino Alfano, abbiamo prospettato ogni eventualità al presidente Berlusconi che farà la sua valutazione decisiva. È un percorso da partito serio e non di plastica. L’obiettivo è fare il bene dell’Italia. A me personalmente i governi-ammucchiata non sono mai piaciuti. I miei fondamentali in politica prevedono un governo benedetto dal voto popolare o almeno una comunanza di valori e ideali a prova di bomba».
Il vicepresidente del Senato, Domenico Nania, a sua volta definisce le elezioni anticipate «un punto fermo» e le altre soluzioni «irricevibili» perché «non si può lasciare il Paese in balia dei poteri forti, la Politica e i cittadini con il loro voto devono tornare ad essere protagonisti». E se Francesco Storace - che proprio ieri ha presentato il secondo congresso nazionale de La Destra che si terrà il 12 e 13 novembre a Torino - parla di un governo che rischia di sancire il «tradimento del bipolarismo», è il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, ad azzardare lo scenario più fosco. «Se dovesse prevalere il governo Monti ci sarebbe il serio rischio di un esodo biblico di parlamentari del Pdl verso la Lega. In queste ore siamo subissati dalla pressione della nostra gente, un mare di messaggi che arriva dalla base e ci chiede una sola cosa: salvare l’Italia ma non compromettere il progetto politico del centrodestra».