Ex «primula rossa» e irriducibile Br Ovviamente libera

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Dicono: bisogna «perdonare». Aggiungono: si deve «accettare» il reinserimento di chi ha scontato la pena. Ti spiegano: va data una «seconda possibilità» a chi ha sbagliato, gli ex terroristi non sono sempre e comunque «mostri». Vero, verissimo: ma nella notte della memoria, in cui sempre questo Paese si divide in contrapposizioni ideologiche - fra chi è pro e chi e contro, fra i buoni e i cattivi - troppo spesso calano le tenebre dell’amnesia. Ecco perché ogni tanto è bene tornare ai «fatti».
Di Barbara Balzerani, nome di battaglia «Sara», nome di latitanza «primula rossa», nom de plume «Compagna Luna» (titolo del suo libro Feltrinelli), per esempio, va ricordato qualcosa di più di quello che solitamente si scrive, nella fredda sintesi dei curricula criminali. E le va chiesto qualcosa di più di quello che solitamente le si domanda. Ovvero: non solo chiedere conto dei suoi dieci anni di lotta armata, ma anche dell’attività e della militanza che dal carcere fece di lei il riferimento per chi continuava la lotta armata anche dopo la dissociazione dei leader più importanti. E chiederle se sappia di essere stata «cattiva maestra» anche dietro le sbarre, di avere sulla coscienza non solo i cadaveri di Aldo Moro e della sua scorta.
Delitto fuori tempo. L’immagine da non dimenticare, per esempio, è quella di una giovane donna in un’Aula di tribunale, il 12 febbraio del 1986. È in corso il processo alla colonna napoletana delle Br. La donna, una delle imputate, prova a leggere un documento. Il presidente della Corte, il dottor Aiello, glielo impedisce. Sequestra il foglio, ne impedisce la diffusione: «Contiene - spiega - rivendicazioni, frasi sovversive e propagandistiche delle Br». Curiosa, la vita. Se non fosse finita in quel modo non sapremmo che cosa c’era scritto, in quel foglio, e oggi sarebbe meglio per la donna. Ma quel giorno la guerrigliera, voleva che si sapesse. Avvicinò i giornalisti che seguivano il processo, dettò loro alcune frasi asciutte e feroci: «Rivendico l’omicidio di Conti, noto costruttore e trafficante di armi». Lando Conti, malgrado le deformazioni paranoiche del brigatese, era il sindaco repubblicano di Firenze. Lo uccisero altri, ma la Balzerani ci mise così la sua firma. Aveva voluto dire ai ragazzi che fuori dal carcere ancora sparano nelle strade: sono con voi, la guerra non è finita.
Il Contesto. Ecco, direbbe Leonardo Sciascia. Non si possono giudicare i fatti fuori dal loro contesto. Si poteva, in quel tempo, essere ex terroristi in carcere e dissociarsi dalla lotta armata? Non è un giudizio scritto con il senno di poi, questo? In realtà si poteva, perché qualcuno lo aveva già fatto. Lo avevano fatto, per esempio, tutti i dirigenti storici di Prima Linea, a partire dal 1984. E questo percorso sofferto lo ha raccontato bene il loro leader Sergio Segio (Una vita in prima Linea, Rizzoli, 2006), con una ricostruzione dettagliata di quanto costarono quegli strappi, di quanto feroce fosse la polemica degli «irriducibili» alla Balzerani, non solo contro i «pentiti» che denunciavano gli ex compagni, ma anche contro i «dissociati» che senza fare nomi, prendevano le distanze dalla lotta armata. Nel 1987, anche i due massimi leader storici delle Brigate Rosse - Renato Curcio e Mario Moretti - dichiarano conclusa l’esperienza delle Br. Ma fuori dalle carceri qualcuno continua ad uccidere. Nel 1985 il piombo aveva abbattuto il professor Ezio Tarantelli; nel febbraio del 1986 Lando Conti; nel marzo del 1987, il generale Licio Giorgieri. Alla fine del 1987 anche altri otto brigatisti del nucleo storico - Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Francesco Piccioni a Pasquale Abbatangelo, Maurizio Locusta, Paolo Cassetta, Francesco Lo Bianco e Remo Pancelli - ammettono la sconfitta. In un documento che «gli otto» scrivono nel carcere di Rebibbia si prende atto della fine di ogni struttura organizzata.
Non è mai troppo tardi. Ma qualche giapponese lottava ancora. La Balzerani - sempre dal carcere - riesce ancora ad approvare ancora l’assalto delle Br ad un furgone postale, con l’uccisione di due poliziotti. E nell’aprile del 1988 cade sotto il fuoco delle formazioni brigatiste Roberto Ruffili, consigliere politico di Ciriaco De Mita. Quale gruppo lo ha falciato? Quello che nel grande «big bang» della stella a cinque punte ha assunto la denominazione «Brigate Rosse-partito comunista combattente», «I ragazzi della Balzerani». Sul dilemma della lotta armata, per quanto oggi sembri incredibile, c’è battaglia politica tra gli ex Br. E quando il 5 aprile del 1987 Renato Curcio, Mario Moretti, Piero Bortolazzi e Maurizio Iannelli scrivono su Il manifesto, «Oltrepassare (la lotta armata, ndr) significa prendere atto dell’irripetibiltà dell’esperienza compiuta», la Balzerani attacca i firmatari dell’articolo rivendicando la continuità della lotta: «Non siamo qui a presentare i bilanci di un’esperienza conclusa, né a perpetuare i termini di un’autocritica che finisce inevitabilmente per sconfinare nel liquidazionismo e nel pacifismo». E per dare dei pacifisti (considerandolo ovviamente un efferato insulto) a Moretti e Curcio, ce ne voleva!
Le domande delle vittime. Anche la faticosa lettura di queste dispute babilonesi, dà il senso dell’ambiguità di un percorso poco chiaro. Per alcuni ex Br la lotta armata veniva «oltrepassata», come si salta un ostacolo in un ippodromo. Per altri - parla ancora la Balzerani - «La lotta armata è stata resa possibile dalle condizioni oggettive e soggettive collegate alla situazione socio-politica degli anni Settanta. Oggi quelle condizioni sono mutate». Mutate? Mutate vuol dire che non c’è neanche riconoscimento dell’errore. Semplicemente, così: ieri si sparava, oggi non più. Un’idea che la «primula rossa» ha ripetuto - sempre in polemica con Sergio Segio, che aveva compiuto strappi più radicali - persino nel 2003: «Oggi non c’è più spazio per la lotta armata. Non era così negli anni Settanta. Se ne parlava ovunque». Ecco perché quando la vedova del maresciallo Leonardi (morto per difendere Moro mentre la Balzerani faceva la staffetta) dice che si sente «pugnalata al cuore», quando i parenti delle altre vittime dicono altrettanto di fronte alle richieste di scarcerazione, noi non pensiamo che si tratti di «emotività», o spirito di «vendetta». Perdonare si può, certo: ma solo dopo chiare parole di pentimento. Che noi, dalla Balzerani, nonostante libri e interviste, non abbiamo ancora sentito.
Luca Telese
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