Gli ex di Salò: «I nostri morti non sono di serie B»

La Moratti non va al Campo dell’onore: «Non posso»

E nell’era del dopo Albertini i vinti rimangono senza sindaco. Erano in molti a chiedersi se ieri, dopo la consueta cerimonia ufficiale, Letizia Moratti avrebbe proseguito sulla via della pacificazione inaugurata dal suo predecessore che l’anno scorso sulle tombe dei caduti di Salò riuscì a portare perfino un partigiano. Fu lui il primo a render vista ogni anno, seppur senza fascia, al campo dell’Onore, quello che raccoglie i morti della Repubblica sociale. «Non posso», la risposta un po’ imbarazzata a chi, al suo arrivo al cimitero Maggiore, chiedeva alla Moratti un omaggio anche ai morti dell’«altra parte». «Non è giusto - si lamenta civilmente l’ex rsi -. Non siamo cittadini di serie B. E soprattutto di serie B non sono i nostri morti». Più indietro qualcuno vorrebbe innescare la provocazione («vada pure dai rossi»), un altro si rifugia nell’orgoglio («se deve venire senza fascia, allora è meglio che non venga»). I più prudenti fanno appello alla ragion di Stato. «Zitti che poi quando dobbiamo fare qualche lavoro per le tombe del Comune abbiamo bisogno». «Abbiamo fatto sempre da soli - taglia corto un’ausiliaria col basco verde in testa -, faremo da soli ancora».
Ma un piccolo miracolo è già sotto gli occhi di tutti. Sul piazzale del Maggiore ex partigiani ed ex combattenti della Rsi aspettano fianco a fianco che i due cortei partano. I labari delle associazioni della Resistenza da una parte, quello della legione Tagliamento e delle Decima Mas dall’altra. Non una parola ostile, quasi nemmeno uno sguardo. meraviglioso segno di civiltà. Anche perchè quest’anno sono tantissimi. Da una parte e dall’altra. In cinquecento a fianco della medaglia d’oro della Resistenza Giovanni Pesce, di chi porta i saluti del presidente nazionale Tino Casali assente per ragioni di salute, del presidente della Provincia Filippo Penati, di Domenico Zambetti per la Regione, del prefetto Gian Valerio Lombardi e del comandante del presidio militare, il generale Nello Barale. «Ringraziamo coloro che hanno dato la loro vita per restituire al Paese la dignità e la libertà. Grazie al loro sacrificio il Paese è tornato a vivere e a gioire» le parole che echeggiano tra le croci partigiane. Sarà l’effetto Pansa o la giornata quasi primaverile, ma per la prima volta in cinquecento sono anche al campo dei repubblichini. Messa in latino, aquile repubblicane col fascio, camicie nere e qualche saluto romano. Assolutamente cult il raccoglimento davanti alla tomba di Alessandro Pavolini, ultimo segretario della Rsi.
Al termine inevitabile tornare a chiedere alla Moratti le ragioni della sua scelta, del taglio rispetto al nuovo corso inaugurato da Albertini. «Sono qui per tutti, il cimitero è il luogo in cui si ricordano i defunti - la nuova versione del sindaco -. I morti non hanno colore, la memoria va ad ognuno. Sono stati tanti i giovani che non avevano la consapevolezza della battaglia che combattevano». Un giudizio che in molti al campo Dieci probabilmente farebbero fatica a digerire. Sicuramente non lo approva chi si ferma davanti alla tomba di Carlo Borsani, papà dell’ex assessore regionale su cui ogni anno Albertini recitava una preghiera. Poeta, medaglia d’oro e cieco di guerra, fu trucidato in piazzale Susa dai partigiani a guerra finita e per sfregio portato in giro su un carretto dell’immondizia. Anche lui da ieri è di nuovo senza sindaco.
giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it