Expo 2015, Milano batte Smirne

I turchi festeggiano in anticipo, ma sbagliano: il capoluogo lombardo ottiene 21 schede in più dell’avversaria. <a href="/a.pic1?ID=251607" target="_blank"><strong>La Moratti balla</strong></a>: &quot;Sono orgogliosa&quot;

Parigi - And the winner is... Milano. Non siamo alla notte degli Oscar, ma le urla e soprattutto le lacrime di commozione sono le stesse. Anche sulla faccia di omoni grandi e grossi che hanno combattuto per un anno e fino a un minuto prima della votazione contro i turchi disposti a tutto pur di strappare all’Italia l’Expo del 2015. Sul palco a sponsorizzare Milano salgono anche il premio Nobel Al Gore, il cantautore senegalese Youssou n’Dour e la stella rossonera Clarence Seedorf. Non c’è la statuetta dorata, ma in cambio un pacchetto da 20 miliardi di euro tra investimenti e indotto intorno a una manifestazione che richiamerà 30 milioni di spettatori in sei mesi. Milano batte Smirne e c’è chi di buon mattino era andato a messa nel giorno di santa Maria Assunta, colei che protegge dall’ottomano. Respinto come a Lepanto con 86 voti contro 65. Previsioni rispettate, dunque, con il vantaggio stimato che rimane tale. E non era scontato visto il voto segreto e la presenza di Paesi disposti davvero a tutto. Come quello asiatico che in cambio ha chiesto la ristrutturazione della locale Camera di commercio. Arredi compresi. Milano di certo non c’è stata.

A metà pomeriggio le facce dei delegati italiani si fanno bianche come cenci quando una pattuglia di turchi esulta e sventola le bandiere rosse con la mezzaluna. «Smirne, Smirne». Ma non è vero. Un falso allarme. Magari l’ultimo tentativo di influenzare i delegati alle prese con il telecomando per il voto. Solo un pulsante da scegliere tra due, ma ci vogliono ben quattro tentativi prima di arrivare alla votazione valida.

Centodue anni dopo, quindi, l’esposizione universale torna a Milano dove allora celebrò il traforo del Sempione. E la città prese la rincorsa per trasformarsi nella metropoli moderna e cosmopolita che diventò in pochi lustri. «Questa è un’altra occasione», ricordano un po’ tutti nei discorsi ufficiali. Mentre in platea lo spirito meneghino ha già il sopravvento. «Adesso andiamo a laurà che ce n’è da fare», si borbotta. «Da domani mattina, magari questa sera ci prendiamo una pausa», chiede tregua il sindaco Letizia Moratti che da tre settimane a Parigi incontra almeno venti diplomatici al giorno. Che, e nessuno se lo sarebbe aspettato, hanno mantenuto le promesse.

Supercompatte a favore di Milano l’America latina e i Caraibi, divisa a metà l’Asia con molti paesi islamici convinti a scegliere l’Italia, assolutamente vincente la carta dell’Africa persuasa dai tanti progetti di cooperazione messi in campo. Le pugnalate, invece, arrivano dall’Europa guidata da Germania e Russia, dagli Usa che non votano ma trascinano tanti consensi verso l’Egeo e da Israele che da quelle parti vuol continuare a fare le sue esercitazioni militari. Quasi incredibile l’appoggio alla Turchia di Grecia e Cipro, storicamente sue nemiche giurate. Ma ormai è tutto in archivio. Squilla il telefono della Moratti. È il presidente Berlusconi. «Grazie Silvio. Il tuo appoggio è stato determinante per guadagnarci il voto di tanti Paesi». Poi chiama il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Cosa mi ha detto? Che oggi è un gran giorno per l’Italia».