Expo 2015 Milano, da sogno a miraggio

È quasi certo, purtroppo: niente più ruoli da protagonista per Milano negli scenari futuri della cultura e dell’economia, della tecnologia e della scienza, l’Esposizione universale del 2015 rischia di saltare, sembra proprio che tocchi alla città turca di Smirne l’onore di ospitare la più ambita e importante rassegna fieristica del mondo. Così avrebbe già deciso, secondo le ultime indiscrezioni, la maggioranza dei 98 paesi riuniti nella Bie, l’organismo che sovrintende all’assegnazione dell’Expo.
La sconfitta, se ci sarà, è di quelle che pesano e molto. Intanto perché finiscono nel cestino 100mila nuovi posti di lavoro, 30 milioni e passa di turisti e visitatori e un giro d’affari di almeno 7 miliardi di euro. Ma soprattutto perché la storia che racconta è di quelle che lasciano l’amaro in bocca. L’Expo a Milano veniva dato per scontato fino a un anno fa, cosa è successo nel frattempo per rovesciare tutti i pronostici? Gli esperti puntano innanzitutto il dito sui progetti: quello presentato da Smirne per l’Expo parla di «nuovi itinerari verso un mondo migliore» e di «salute per tutti», quello di Milano è intitolato a come «nutrire il pianeta». Più accattivante e promettente il primo del secondo, visto che di cibo e nutrizione si occupano già abbondantemente l’Onu e la Fao, con un dispiego di iniziative non indifferente. È uno degli addebiti rivolti alla giunta milanese di Letizia Moratti: ecco cosa capita, si dice, quando si liquida su due piedi un’intera classe dirigente di funzionari capaci e preparati, sostituiti da uno staff che non ha né la competenza né l’esperienza necessarie a mettere insieme i tasselli più adatti per preparare e poi vincere una sfida di questa portata.
Giuste o eccessive che siano le critiche, resta il fatto che l’affaire Expo è stato gestito con un tasso di improvvisazione che ha lasciato di stucco anche gli osservatori meglio disposti. Ha disorientato in primo luogo la falla che si è subito aperta in quella che è la condizione di base in operazioni del genere, vale a dire la capacità di aggregare le energie migliori della città e del Paese, senza badare troppo alle appartenenze politiche ma nemmeno privilegiando oltre il dovuto la cerchia ristretta delle amicizie di famiglia. Sarebbe stato, tra l’altro, un modo per costringere il governo e i suoi ministri a fornire al progetto un appoggio ben più deciso e scoperto di quello concesso fin dal primo momento. Si è scelta invece la strada di uno splendido, aristocratico isolamento che ha finito per rendere la candidatura di Milano un episodio marginale e poco sentito per l’Italia e, quel che più conta, scarsamente convincente e trainante per gli stessi paesi che si credeva fossero pronti a regalarci a scatola chiusa il loro consenso. Non era così e per distrarre ulteriormente la loro attenzione ci si è impegnati a fondo. Un esempio? Come simbolo grafico del progetto milanese è stato scelto il disegno dell’«Uomo di Vitruvio» di Leonardo da Vinci, scelta non proprio originale ma tutto sommato felice, cosa c’è di più universalmente conosciuto e apprezzato del genio leonardesco? Quel simbolo però è rimasto confinato sulla carta, non ha preso vita, non si è tradotto in nessuna delle iniziative sottoposte al vaglio della giunta e del sindaco. Dalla creazione nel Castello sforzesco di un museo permanente dedicato a Leonardo, al collegamento del museo con quello delle Scienze e della Tecnologia, niente di meglio per coniugare passato e futuro e per promuovere al di fuori dei nostri confini un primato artistico e culturale che vuol dire anche capacità di invenzione, di innovazione e ricerca.
Si poteva e si può fare ancora di più sul fronte delle relazioni internazionali. Si dovevano cercare motivi di nuove alleanze con i paesi che sapevamo più propensi ad assegnare l’Expo alla Turchia a titolo di risarcimento per le difficoltà del suo ingresso nella Comunità europea. Ma le alleanze si stringono ricorrendo a plenipotenziari qualificati e ambasciatori di rango: non sono ancora scesi in campo con la convinzione e l’impegno dovuti né gli uni né gli altri. Per superare diffidenze e resistenze si poteva anche pensare, e qualcuno lo ha suggerito, a una grande conferenza internazionale che collocasse Milano al centro del dibattito sul rapporto tra Islam e Occidente, quello di oggi e quello che si prevede o si auspica per l’avvenire, una conferenza a cui invitare personalità autorevoli dei paesi arabi del Mediterraneo.
Suggerimenti caduti nel vuoto insieme alla possibilità, niente affatto trascurabile, di trasformare la città in un «ponte» stabile di comunicazione tra due mondi per tanti aspetti così distanti, il primo realizzato in Europa. Cecità culturale? Chiusure snobistiche? Incapacità di programmazione? Sembra uno scherzo ma l’unica iniziativa allestita per controbattere la concorrenza di Smirne è stata una mostra itinerante di 50 fotografie, passata regolarmente inosservata com’era fin troppo facile immaginare. Ha ragioni da vendere l’editorialista Gianni Ravelli quando, parlando di Leonardo da Vinci, denuncia come la cronaca di una grande occasione perduta e un monumento al pressappochismo nazionale, il cammino verso l’Expo intrapreso dalla giunta milanese. «Sto mettendo tutta me stessa in questo progetto», diceva un anno fa Letizia Moratti. Peccato che la vicenda dell’Expo assomigli sempre di più a quella della Malpensa, della Chinatown di via Sarpi o del ticket sul traffico cittadino: molti proclami, grande clamore e poi una serie di ritirate ingloriose. La decisione definitiva della Bie arriverà a marzo del prossimo anno, resta la speranza che in questi pochi mesi qualcosa possa ancora succedere: il sindaco di Milano ha fama di lady di ferro, ne faccia buon uso e dimostri a tutti che ci stiamo sbagliando.