"Expo punta al 95% su imprese straniere"

Il presidente di Confapi, Galassi, teme che le piccole e medie attività
italiane non traggano vantaggi dall’evento. "Si rischia il flop come a
Valencia: gli altri Paesi ci useranno come vetrina e poi se ne andranno
via"

«Sono stufo di questi tavoli inutili, spero che sia l’ultimo». Paolo Galassi, presidente di Confapi (la confederazione della piccola e media impresa) è pronto a partecipare all’«ennesima riunione sull’Expo», convocata per oggi pomeriggio a Palazzo Marino. Ma non nasconde le sue enormi perplessità, sia per quel che non è stato fatto («la società non ha ancora una governance e non c’è certezza dei capitali stanziati né dei poteri speciali necessari per le opere») che per quel poco che è stato fatto: «L’unica cosa sicura al momento è negativa e cioè che abbiamo preso la strada di organizzare una cosa che non sarà utile all’impresa italiana. La gran parte della tecnologia rappresentata all’Expo sarà straniera».
Teme che alla fine l’Expo non sarà di aiuto alle imprese italiane?
«Ho tra i miei affiliati tante aziende che hanno innovato in ambiente e agroalimentare e mi segnalano che sarebbero interessate all’Expo ma nessuno le ha contattate. Allora abbiamo fatto un’analisi sui progetti avviati e abbiamo scoperto che il 95 per cento delle tecnologie esposte all’Expo saranno estere. In Italia c’è una piccola e media industria manifatturiera ad alta tecnologia che ha un giacimento di innovazioni che entrano nei prodotti realizzati e venduti in tutto il mondo, eppure l’Expo non sarà una vetrina per le piccole e medie imprese italiane. La verità è che all’Expo manca un’idea di fondo».
L’idea di fondo è «Nutrire il pianeta, energia per la vita». Non le piace il tema?
«Il tema è validissimo, l’agroalimentare è il futuro anche perché nel settore l’Italia è al massimo dell’evoluzione. Ma se si punta troppo sulle imprese straniere, loro ci usano come vetrina e poi vanno via, come è accaduto a Valencia, dove l’Expo è stata un flop. Inoltre, si stanno privilegiando giuste iniziative che riguardano le infrastrutture, ma l’Expo non è solo mattoni e strade. Alle infrastrutture ci pensi lo Stato».
Non è un problema di priorità dovuto alla carenza di fondi?
«Se non ci sono i soldi per farlo, non bisognava neanche prenderla l’Expo! Siamo ancora a discutere di governance e infrastrutture, ma non sappiamo che ricaduta ci sarà sul sistema delle imprese. Prima di vincere, bisognava già aver gestito queste cose. E invece un anno dopo si discute della governance e non dei temi veri».
Di chi è la responsabilità principale di questo ritardo?
«In Camera di commercio si è cercato di fare sintesi, ma serve un sistema unito. In Italia, se ad agire non è una persona sola, si finisce sopraffatti dai veti reciproci. Conta più il posto che la sostanza. Prevalgono le guerre di potere e le lobby. Al posto della Moratti, mi sarei stufato. La Moratti ha vinto, diamole fiducia anche per gestire il dopo, anche se forse avrebbe fatto meglio a impegnare le sue energie per avvicinare il mondo delle imprese piuttosto che per avere un consigliere in più nella società. Oppure, se preferisce gestirlo il governo, lo prenda, purché si parta».
Milano è in tempo per recuperare?
«Milano sta subendo un calo vertiginoso di immagine in ambito nazionale e internazionale. I ritardi e l’impasse nella definizione della governance minano il concetto di rilancio e rinascita che è alla base dell’Expo. Eppure stiamo parlando di un evento che smuoverà 44 miliardi di euro, quasi tre finanziarie. Milano vuole ancora essere la capitale morale e produttiva del paese? Sta perdendo una grande occasione per dimostrarlo».