EZRA POUND Il fabbro che costruisce profezie

Centovent’anni fa nasceva il poeta statunitense: artigiano della parola, nemico degli eccessi del capitalismo, «pazzo e traditore». Ma soprattutto uno spirito che volle ricreare il mondo

A centoventi anni dalla nascita, Ezra Pound (1885-1972), il poeta più influente e decisivo del Ventesimo secolo, è ancora un grande mistero tragico, un enigma che aspetta di essere decifrato. Intendiamoci, non che manchino gli studi e i commenti su Pound, sono anzi numerosissimi, e su tutti ricordiamo, almeno in campo italiano, i libri dedicati all’autore dei Cantos da Massimo Bacigalupo e da Giano Accame.
Il mistero da cui il poeta americano è ancora circondato è in realtà quello del suo destino e del suo vero ruolo. Chi è stato dunque Pound? Il «miglior fabbro», come fu definito non senza qualche malizia, magari inconscia, da T.S. Eliot mentre gli dedicava La terra desolata, di cui Pound fu, come si direbbe oggi, magistrale editor? O il profeta di un universo liberato dalla peste dell’«usura», l’innamorato della politica economica e sociale del fascismo, l’americano antiamericano cui i connazionali fecero pagare un prezzo altissimo, prigionia in condizioni disumane, manicomio criminale, per le sue idee? Probabilmente, Pound è stato entrambe le cose, il «fabbro» e il «profeta», ma lo è stato in una maniera che pone problemi insolubili ai suoi interpreti.
Ho riletto il saggio di Eliot premesso all’edizione delle Selected poems by Ezra Pound, del 1948. Un saggio giustamente famoso, dove però di Pound ci vengono mostrate soltanto o quasi soltanto le qualità di straordinario maieuta e maestro di poesia. Eliot sottolinea la capacità di Pound di influenzare i più giovani, di aiutarli, di galvanizzarli. Sottolinea la sua grandissima generosità, il suo disinteresse, il suo entusiasmo, il ruolo che ha avuto nella propria storia personale di autore, ma della tragedia personale del poeta non fa quasi menzione. Come se parlare unicamente delle sue capacità di critico e di artigiano della parola potesse in qualche modo mettere in ombra, far dimenticare il presunto pazzo, il presunto traditore che l’America non ha perdonato.
Certo, Pound è stato grandissimo nell’insegnare poesia al Novecento, a tutto il Novecento. Ha insegnato a rileggere i Trovatori e lo Stil Novo, i Latini e i Cinesi. Ha posto le premesse per la ripresa del poema ciclico, che vuole ricreare l’universo. Il suo saggio ABC of Reading (1934) è ancora oggi capitale per chi voglia capire qualcosa della poesia moderna e della poesia in genere. Insieme a un saggio analogo di Majakovski, è il punto di riferimento imprescindibile per un discorso sulla tecnica del fare poetico, almeno quanto la Lettera a un giovane poeta di Rilke lo è per un discorso sull’ispirazione e sulla necessità della poesia. Ma è certo che ridurre Pound a un ingegnoso maestro di letteratura è molto limitativo, e direi ingiusto.
C’è il poeta da leggere, che può riservare ancora grandi sorprese. Prima dei Cantos, ci sono i testi brevi, principalmente quelli di Ripostes e quelli di Lustra, di una bellezza assoluta, che basterebbero a fare di Pound un lirico strepitoso. Penso a poesie come Ragazza («L’albero mi è salito nelle mani/ la linfa mi è salita nelle braccia...»), o Soffitta («Su, compiangiamo quelli che stanno meglio di noi,/ su, amica, ricorda/ che i ricchi hanno domestici non amici...»), o A una fermata nel metro («L’apparizione di questi volti nella folla:/ petali sopra un ramo umido, nero»), o a quella straordinaria L’isola lacustre, dall’indimenticabile attacco: «O Dio, o Venere, o Mercurio, protettore dei ladri,/ datemi col tempo, vi scongiuro, una piccola tabaccheria...».
Quando poi ci immergiamo nel magma dei Cantos ne usciamo con quella sensazione di vertigine che Pasolini sottolineò a suo modo parlando di un effetto inebriante e quasi drogante. In parte è vero. Ho riletto in questi giorni i Canti Pisani, quelli scritti nel carcere di Pisa e ripubblicati or non è molto da Garzanti con una bella prefazione di Giovanni Raboni, e mi è sembrato di navigare nel gran mare del linguaggio, della storia, del cosmo, dell’essere, verso non so quale approdo. Ti senti sommerso da tanta onda di canto dissonante e plurilingue, da tanto mosaico in rovina puntellato dalle citazioni di culture diverse e intricate. Poi all’improvviso riemergi quando ti imbatti in versi perentori e immensi: «Formica solitaria d’un formicaio distrutto/ dalle rovine d’Europa, ego scriptor». Si poteva dire meglio la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e rivendicare, da una condizione orribile di prigionia, il proprio ruolo di poeta libero, indomito, profetico?
Pound non è solo il «fabbro», e questo è il vero scandalo. Pasolini, che di scandali si intendeva, e a cui dobbiamo una intervista televisiva a Pound di memorabile, straziante intelligenza, in uno scritto del 1973 liquida come «farneticanti» e «idioti» i discorsi poundiani sull’economia. Ma nel 1974, soltanto un anno dopo, dichiara: «Io ritengo che si possano sottoscrivere, anche politicamente, tutti i versi conservatori di Pound dedicati ad esaltare (con nostalgia furente) le leggi del mondo contadino...». Pound, con la sua posizione nemica degli eccessi del capitalismo e della finanza internazionale, può attirarsi il consenso di conservatori «morali», e probabilmente persino di militanti anti-globalizzazione. La lettura meno fedele a Pound, quella che gli dà un passaporto di legittimità estetica ma lo priva di ogni contenuto, è la lettura parodistica che ne ha fatto la Neoavanguardia. Leggere il poeta dei Cantos privandolo della sua aura tragica, enigmatica e contraddittoria, leggerlo soltanto come l’artigiano di un grandissimo pastiche linguistico, enciclopedia di tutte le avanguardie del Novecento, è in fondo qualcosa di miserabile.
Ezra Pound ci invita a riflettere sul senso profondo della civiltà occidentale scavando nelle sue origini e nella sua tradizione ma nello stesso tempo andandone oltre in un viaggio verso Oriente. Ci invita a riflettere sul compito della poesia, sul suo orgoglio solitario di voler cantare e ricreare il mondo, anche un mondo distrutto e inerte, che sembra disprezzarla e dimenticarla: «dalle rovine d’Europa, ego scriptor».