F1, ecco la Disneyland Ferrari Abu Dhabi, pagano gli sceicchi

Aperto negli Emirati Arabi il parco divertimenti della Rossa. E Maranello non ha sborsato un cent, costo totale 40 miliardi di dollari <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/fotogallery/ecco_disneyland_firmata_ferrari/id=...

Abu Dhabi - Due-cen-to-qua-ran-ta-chi-lo-me-tri-al-lo-ra. É proprio quando il cardiofrequenzimetro impazzisce, quando cuore, testa, pensieri vengono sparati altrove che realizzi di aver fatto più o meno una sciocchezza. Ci sono infiniti modi per lasciarci le penne e tutti, solitamente, piuttosto fastidiosetti. Ma farlo sulle montagne russe rientra decisamente fra i più imbarazzanti. Per cui non era il caso di provare il più veloce roller coaster del mondo così come non lo era farsi legare stile Alonso dentro l’abitacolo di una Ferrari scala 1 a 1. L’obiettivo doveva essere simulare una gara sul circuito di Abu Dhabi, l’obiettivo è diventato simulare l’effetto che fa schiantarsi, morire e risorgere tre volte durante quei fottutissimi giri di pista.

No, non era proprio il caso. Tantomeno qui in mezzo al deserto, nel cuore di questo nulla megamiliardario che il governo di Abu Dhabi sta cercando di riempire con quel tutto che solo il Dio petrolio sa offrire con imbarazzante voluttà. Qui a Yas Island, a due passi dal circuito di F1, sono state posate tredicimila tonnellate d’acciaio - quasi il doppio di quelle impiegate per la Torre Eiffel - per costruire il più grande parco di divertimenti coperto del mondo. Un tetto immenso eretto non per strafare ma perché le tempeste di sabbia sono all’ordine del giorno e 40 gradi all’ombra sono tantini. Per cui, da queste parti, se proprio si deve giocare, meglio farlo dentro, air contioned si dice.

Gli sceicchi e gli uomini di Maranello lo chiamano fieramente «Ferrari World Abu Dhabi», ma che nessuno dica loro che il nome giusto sarebbe stato Ferrarilandia o Ferrariland. Magari banale, inflazionato, però chiaro a tutti. Come chiaro per tutti è che la Rossa, intesa come azienda, marchio, simbolo italico nel mondo, ha avuto un colpo di genio quel giorno del 2006, quando il presidente Luca di Montezemolo s’incontrò a Maranello con lo sceicco Hamed Bin Zayed Al Nahyan e il vice gran capo della finanziaria dell’Emirato, la Mubadala, Khaldoon al Mubarak. Illustrò l’idea e l’idea piacque agli emiri e soprattutto al consiglio Ferrari che neppure un centesimo avrebbe dovuto tirare fuori dei due miliardi di dollari necessari. Perché i costruttori e proprietari del parco sono gli stessi sceicchi. Semmai euro, in quantità di parecchi milioni, arrivano e arriveranno a Maranello annualmente dal minimo garantito dagli emiri per lo sfruttamento del marchio; senza contare quelli frutto delle royalties. Giusto per rendere: tra circuito, parco, mega hotel, porticcioli vip e alte attrazioni previste sull’isola, l’investimento finale dell’Emirato toccherà i 40 miliardi di dollari. Cifre folli? Chi può dirlo parlando di un Paese che ha il 9% delle riserve petrolifere mondiali.
Dunque, business e favola che vanno a braccetto, fiabe e fantasia e famiglie e bambini d’ora in poi chiamati idealmente a unire due mondi letteralmente ai poli opposti per cultura, tradizione, soprattutto religione. Per dire: una delle attrazioni del Parco si chiama Bell’Italia: trattasi di un tragitto a bordo di piccole Ferrari d’epoca in cui si sfilano le bellezze del nostro Paese e dove alla voce «Roma» non c’è traccia di San Pietro. Di più: sembra, pare, si dice che il Cupolone non fosse gradito ai proprietari emiri. Troppo simbolico. E simbolico, benché destinato a un piatto di tagliatelle, è il ragù preparato dall’italianissimo ristorante dentro il parco: fatto di manzo e vitello, niente maiale. «Per ora - dicono i gestori - ma un giorno...». Ed proprio in attesa di quel giorno che Ferrarilandia può e potrà rappresentare molto più che un colossale parco di divertimenti, cioè dove ha fin qui fallito la politica vuoi vedere che riesce la diplomazia del cazzeggio, del gioco, della fantasia? Chissà...

Nell’attesa, lasciamo che tutto parta come ieri sera, nonostante il lutto nazionale per la scomparsa di un importante emiro, evento che in altri tempi avrebbe fermato tutto e ora blocca solo i bla-bla del cerimoniale. Anche questo può essere un segno. E lasciamo che i piccini in tunica bianca giochino e incontrino quelli in bermuda in transito tra Europa e Oriente. Soprattutto, lasciamo che una grande idea nata per raccontare a costo zero la fiaba Ferrari, trasformi le favole in un immenso spot per l’Italia.