La F1 schiera il suo Tiger Woods: Hamilton, primo nero a 300 all’ora

«Mi sento come tutti gli altri piloti, però mi auguro che la mia presenza possa avvicinare a questo sport altri gruppi etnici». Chi lo conosce dice: «Fa a gara anche quando mangia una pizza»

Benny Casadei Lucchi

La definizione più bella di questo talento di colore, Lewis Hamilton si chiama, neo compagno di Alonso al volante della McLaren-Mercedes, fu coniata da un altro ragazzotto di belle speranze e più o meno della stessa età, con lo stesso talento e le stesse esperienze motoristiche di Hamilton: Nico Rosberg. Unica vera differenza fra i due, ciò che si portavano in dote: uno il cognome celebre, l’altro il colore della pelle, che nel mondo al contrario della F1 è un valore aggiunto e non un fattore di discriminazione visto che si tratta della prima volta. Non che il Circus sia particolarmente illuminato, dunque, più semplicemente s’illuminano team manager e sponsor pensando all’impatto pubblicitario della novità. Ma il ragazzo è veloce. La più bella definizione di Hamilton, si diceva infatti, la diede Nico: «Lewis - disse - ha un gran senso della competizione, mi sono accorto che fa la gara a chi finisce prima anche quando mangia una pizza...».
Oltre che sul colore, dunque, è su questo che McLaren e Mercedes, nelle persone di Ron Dennis e Norbert Haug, hanno puntato. La storia di questo ventunenne originario dell’isola di Grenada, ma nato e cresciuto in Inghilterra, ricorda la «favola di My fair lady» ha detto ieri Dennis. La favola di chi senza tanti mezzi riesce a raggiungere un sogno. E il sogno iniziò nel 1998 quando, ad una cerimonia, il piccolo Lewis avvicinò impacciato Dennis e gli disse: «Un giorno vorrei correre in F1 con le sue macchine». «Aveva poco più di dodici anni - ha ricordato tempo fa il gran capo del team - e gli risposi che prima doveva pensare a vincere i campionati kart a cui partecipava... L’anno dopo è tornato e mi ha detto: “Mr Dennis, ho vinto il campionato”». E’ stato a quel punto che la McLaren ha deciso di investire sul piccolo: dal ’99 ad oggi, supportandolo, ha speso qualcosa come 8-9 milioni di euro. «Però gli spiegai - disse ancora Dennis -: noi ti seguiamo, ma tu devi continuare a vincere in ogni categoria... E il fatto è che ci è proprio riuscito».
La confessione di Dennis data novembre 2005, all’indomani dell’ufficializzazione di Alonso prima guida dal 2007. Non a caso, pochi mesi dopo Lewis debutterà nella Gp 2, e giusto per continuare a mantener fede alla promessa fatta a Dennis, a fine campionato il vincitore sarà lui. Ora non gli resta che fare apprendistato - breve, lasciano intendere in McLaren, visto che qualche dubbio sulle sue capacità di messa a punto rimane - e vincere anche nella massima formula.
L’obiettivo è ovvio: diventare nei motori quello che Tiger Woods è nel golf. Un simbolo contro ogni tipo di discriminazione, anche negli sport da sempre considerati meno aperti alle novità. «Non penso mai al colore della mia pelle - spiegava ieri Hamilton -, mi sento come tutti gli altri, però mi fa piacere pensare che la mia presenza in F1 possa avvicinare a questo sport altre persone, altri gruppi etnici, non parlo solo della gente di colore». Parole sante, ma sempre di F1 si tratta: per cui meglio parlar poco e pigiare forte sull’acceleratore per completare la promessa fatta a Dennis e per sopravvivere ad Alonso. Compagno più ingombrante non poteva trovare. E non è questione di pelle, ma di piede. Pesante.