Fa condannare i medici che l’hanno salvata

I testimoni di Geova esultano, i medici italiani rabbrividiscono. Fare il proprio dovere e alla fine essere costretti a risarcire ben 65mila euro per non aver fatto morire una paziente dev’essere una bella frustrazione. Ma di fronte alle transazioni non si discute, si può solo ingoiare il rospo e pagare.
E ora la storia. Che risale a dieci anni fa. È stato infatti nel ’96 che una signora trentina, di 64 anni, testimone di Geova, è rimasta vittima di un incidente stradale e quindi ricoverata al Centro traumatologico Villa Igea di Trento. Giunta in ospedale, la donna aveva firmato una dichiarazione di volontà nella quale specificava, in aderenza al suo credo religioso, di non accettare in nessun caso trasfusioni di sangue, neppure se in pericolo di vita. Ma dopo l’operazione la situazione della donna era peggiorata a causa delle perdite ematiche e i medici le avevano proposto di sottoporsi a delle trasfusioni di sangue. I tentativi erano miseramente falliti perché lei si strappava l’ago dal braccio per evitare un eventuale contatto con il sangue. E i medici l’avevano assecondata. Ma dimessa dall’ospedale, la testimone di Geova aveva fatto causa a medici e ospedale. La richiesta danni era di 250mila euro. Una querelle giudiziaria finita in un patteggiamento tra assicurazioni che hanno riconosciuto alla pensionata ben 65mila euro per danno biologico-esistenziale.
Ma la signora di Campodenno, in Val di Non, tiene a precisare che la denuncia di medici e ospedale non è stata fatta per rimpinguare la sua pensione. Al quotidiano locale, l’Adige, ieri ha dichiarato: «Non l’abbiamo fatto per i soldi, ma per sostenere il diritto del paziente di autodeterminarsi riguardo alle scelte sanitarie». Poi ha aggiunto: «La violazione delle libertà personali è una cosa seria per noi Testimoni di Geova. Sono viva, sono stata curata con l’eritropoietina, sto bene: questo è l’esempio migliore per chi è contrario alle metodiche alternative alle trasfusioni di sangue». I ricordi della donna vanno a quei giorni lontani del ricovero in ospedale. «Un incubo: nella notte mi svegliavo e vedevo le sacche di sangue pronte, sopra il letto», racconta. Disperata, era arrivata a strapparsi dal braccio l’ago della flebo pur di evitare ogni pericolo di trasfusione. Ai ricordi della donna, si sovrappongono quelli del genero, marito della figlia. «Mia suocera aveva specificato subito, al momento del ricovero, che era contraria alle trasfusioni di sangue per rispetto al suo credo religioso - spiega l’uomo -. La sua guarigione è la dimostrazione che ci sono metodiche alternative che funzionano: durante il ricovero, le si erano alzati i valori ed i medici gridarono al miracolo». Dopo le spiegazioni, l’appello: «Noi chiediamo un disegno di legge per la libertà di cura. Allo stato attuale il medico non è tutelato: rischia la denuncia per omicidio colposo se non salva il paziente, ma rischia pure la denuncia del paziente per la violazione dei diritti se non presta ascolto alle richieste dello stesso».