Fa flop il film ispirato da Veltroni In dieci giorni solo 440mila euro

«Piano, solo», la pellicola sulla vita e la morte del jazzista Luca Flores tratta dal libro del sindaco di Roma, è ferma al 15° posto

da Roma

Piano, pianissimo. A dieci giorni dall'uscita nei cinema, il film sul jazzista suicida Luca Flores, tratto dal commosso libro-ritratto Il disco del mondo, non riscalda le platee veltroniane. Non che per i titoli italiani sia un gran momento al box-office, ma almeno La ragazza del lago di Molaioli viaggia sul milione e mezzo di euro, Il dolce e l'amaro di Porporati è a quota 850mila, Scrivilo sui muri di Scarchilli ha superato gli 830mila. Piano, solo, invece, è fermo attorno ai 440mila euro (quindicesimo posto) nonostante il notevole battage pubblicitario e l'ombra carismatica del sindaco capitolino. Oddio, sempre meglio di Le ragioni dell'aragosta di Sabina Guzzanti (372mila), ma poco, troppo poco per un film ancora in giro in più di cento copie.
Evidentemente non s'è realizzata la profezia del Foglio, che in un articolo di prima pagina del 19 settembre vaticinava: «Abbiamo visto il futuro del cinema italiano. Quando Veltroni regnerà, con pieni poteri sul Partito democratico e non soltanto sulla Festa di Roma, un film come Piano, solo verrà studiato e sezionato, smontato e rimontato, copiato e imitato, preso come esempio e guardato come faro dai giovani e meno giovani». Stando così le cose, salvo una poco probabile rimonta, il film di Riccardo Milani non pare destinato a fare da battistrada a un luminoso sodalizio tra cinema popolare e letteratura veltroniana. Naturalmente resiste bene quello che Fabrizio Rondolino, su La Stampa, definisce «un matrimonio mistico con il cinema, che significa nostalgia e star-system, finanziamenti pubblici e propaganda, giovani autori e trash d'annata»; e però è possibile che i ventilati film tratti da Senza Patricio e La scoperta dell'alba, l'uno prodotto da Cattleya, l'altro da Fandango, siano per il momento accantonati.
Ragiona un produttore che preferisce l'anonimato: «Veltroni valore aggiunto per montare un film? Diciamo che il suo nome facilita l'operazione, è un richiamo per gli addetti ai lavori, ispira la simpatia di registi e attori. Ma l'esperienza insegna che la fortuna di un film tratto da un libro di solito è correlata al numero di copie vendute. Penso a Va' dove ti porta il cuore, Non ti muovere, 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire. Quelli di Veltroni non vendono così tanto. Peraltro, nel caso di Piano, solo, forse è stato un errore cambiare il titolo, rescindendo così il legame tra libro e film».
Vero è che Gianni Amelio, dopo aver liberamente tratto da Senza Patricio una sceneggiatura intitolata Amado mio, sta ora lavorando a un complesso progetto francese ispirato all'autobiografia romanzata di Albert Camus, Il primo uomo. Però il progetto resta in piedi. E chissà che Amelio, uomo che ama poeticamente trapiantare all'estero i suoi italiani (da Lamerica a La stella che non c'è), non sia il cineasta giusto per lavorare sul «corpus letterario» veltroniano, partendo da una sorta di identificazione in stile Bovary, cioè «Patricio c'est moi».
Il regista avrebbe infatti miscelato in Amado mio due personaggi: l'Amelio ragazzino, cresciuto in Calabria, un po' randagio e allo sbando, dentro una famiglia di origine contadina; e l'Amelio adulto, consapevole e scettico, prodigo di attenzione verso i deboli, gli irregolari. Il tutto trasferendolo in Argentina, in un andirivieni temporale tra gli anni Cinquanta e il 1975, alla vigilia del golpe di Videla. Ma il film, il cui titolo discende dalla mitica canzone di Gilda, risulta costoso per via dei flash-back e della ricostruzione d'ambiente, c'è il problema di come far parlare i personaggi, e poi s'è visto, con il pur bello Nuovomondo di Crialese, che i temi dell'emigrazione stentano sul versante del botteghino.
Ancora più ardua, nonostante l'apparente sostanza cinematografica, si presenta la trasposizione di La scoperta dell'alba, storia scritta di getto tra echi di Calvino e di Malraux, in parte autobiografica. Un cinquantenne, il cui padre scomparve tanti anni prima senza lasciare tracce e spiegazioni, affronta - attraverso una telefonata con il sé bambino - un viaggio a ritroso nel tempo che lo porterà sulla soglia del mistero di quel lutto. Telefono nero di bachelite, naturalmente, sennò che Veltroni sarebbe.