Fa paura l’invasione asiatica ma non sono tutti horror

Adriano De Carlo

È inutile fingere di non sapere, ma il cinema asiatico sta invadendo gli schermi europei. Non si tratta probabilmente di un disegno perverso, ma in meno di un anno sono stati proiettati sugli schermi italiani più di cinquanta film provenienti da Giappone 16), Cina (13), Corea del Sud (11), Hong Kong (5), Taiwan (3). Un piccolo contributo lo offre anche la Malesia. A queste pellicole vanno aggiunti una decina di film d’animazione, specie giapponesi.
È un numero impressionante, che indica l’irreversibilità, ma speriamo di no, delle crisi produttiva del cinema occidentale, presidiato per decenni, degnamente, da quello americano. Osservando l’invasione pacifica del cinema orientale, si può trarre qualche utile insegnamento. In passato solo Akira Kurosawa era stato capace di spezzare il monopolio del cinema americano con la forza della sua potenza narrativa. Dai suoi personaggi hanno attinto a piene mani un po’ tutti, a cominciare dal nostro Sergio Leone, che aveva scippato la trama di La sfida del samurai, convinto che non se ne sarebbe accorto nessuno. Se ne accorsero, eccome, i giapponesi, con i quali dovette venire a patti per il suo Un pugno di dollari, costato solo sessanta milioni di lire.
Nel volgere di pochi anni, è mutata la geografia del cinema mondiale. È stato il cinema cinese il primo a sorprendere gli spettatori occidentali con i film di Zhang Yimou: Sorgo rosso (1987), Ju Du (1990), Lanterne rosse (1991), La storia di Qiu Ju (1992), Vivere! (1994), La triade di Shanghai(1997), che rivelavano la vitalità di un cinema, prolifico ma non sempre di qualità. Ma Zhang Yimou ed in seguito alcuni altri consegnavano un valore poetico di cui il cinema occidentale necessita. L’invasione ebbe così inizio. E la Corea si pone oggi all’avanguardia, grazie anche al supporto economico statunitense, esibendo registi come Kim Ki-Duk, proveniente dal mondo della pittura, che dona emozioni visive inusitate, con Bad Guy, Primavera, estate autunno, inverno... e ancora primavera, Ferro 3, specie l’ultimo reduce da un successo commerciale che solo pochi anni fa era inimmaginabile. Park Chan-wook con Old Boy, che ha vinto il premio della giuria al festival di Cannes.
Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla produzione ad alto voltaggio orrorifico, con prodotti scadenti o banali, come The Park di Lau Lo. Altri titoli da evitare sono Ring specie i numeri 2, 3, 4. Se The Eye era un film di spavento senza spargimento di sangue, The Eye 2 era imbarazzante e senza alcuna attinenza con la prima puntata.
Ecco, prima di gridare al miracolo, di incensare tutti i prodotti provenienti dall’estremo Oriente, si deve tenere conto che buona parte di queste pellicole hanno scopi meramente commerciali, costa poco importarli ed imbarbariscono lo spettatore medio quanto lo specialista dei generi. Nessun pregiudizio, ma un sano relativismo che consenta di distinguere affinché non ci si debba domandare quante vite dobbiamo vivere per farci carico di tutte le cinematografie che invadono i nostri schermi.