Fa scrivere alla figlia: "Sono una ladra". Pena di 2 mesi

Per la Cassazione il genitore ha commesso un abuso di correzione. La decisione a otto anni dall'episodio. L'uomo: "Oggi al liceo ha ottimi voti"

Milano - Far scrivere ripetutamente al proprio figlio «sono un ladro, non devo rubare» per punirlo di una marachella, può costare al genitore una condanna per abuso di mezzi di correzione e disciplina. Esagerazioni? Non per la Cassazione che ha condannato un padre a due mesi di reclusione (pena convertita nella multa di 2.280 euro) per aver costretto la propria figlia di dieci anni a scrivere questa frase umiliante un’infinità di volte sul quaderno scolastico.

La sentenza, che arriva dopo otto anni dal fatto, è storia ormai vecchia per Federica. La ragazza, ora diciottenne, sminuisce l’accaduto, parla di «cose passate senza nessuna importanza» e rivela al Giornale che con il padre ora «ha un ottimo rapporto». Ma per gli ermellini quello che conta è il caso giuridico sottoposto alla loro attenzione, che risale al luglio ’99. Federica è figlia di genitori separati e durante l’estate trascorre le vacanze con il padre Mario e la sua nuova famiglia. Un giorno viene accusata di aver rubato un ciondolo alla sorellina minore e il papà la punisce facendole scrivere sul quaderno dei compiti «io sono una ladra, non devo rubare» incalzandola con la minaccia di sonori schiaffoni. La ragazzina scrive, scrive e archivia il brutto episodio nella sua psiche e nel suo quaderno che viene sfogliato dalla sua maestra alla ripresa della scuola. Da qui si scatena il putiferio. Il padre venne denunciato e condannato in primo grado e secondo grado per abuso di mezzi di correzione. L’uomo si affida allora alla Cassazione per spiegare che lui, in quello specifico frangente si era limitato a far scrivere la frase per farle capire il suo sbaglio. I giudici però hanno comunque condannato il papà di Federica. Non tanto per il tenore della frase «ma per l’umiliazione e per il percorso di gogna davanti alle insegnanti e al parroco», cui la minore era stata esposta successivamente al fatto. Insomma, secondo la Cassazione il padre aveva provocato il pericolo di una depressione della bambina già «colpita dalla separazione dei genitori». La Corte, nella sentenza, non si sofferma a fare chiarezza sul fatto che Federica avesse rubato o meno il ciondolo, ma punta l’indice contro quelle forme di educazione e correzione che possono avere «conseguenze rilevanti sulla salute psichica del soggetto passivo: dallo stato di ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento». Ad avviso degli ermellini, infatti, «l’esercizio della funzione correttiva con modalità afflittive e deprimenti della personalità contrasta con la pratica pedagogica». Parole che Mario incassa senza panico: «Sono molto sereno, ho sempre agito nell’interesse di mia figlia che ormai frequenta il liceo classico, con risultati meravigliosi: ha dieci in filosofia e ha vinto diverse borse di studio. E con lei ho rapporto bellissimo».