La fabbrica degli asini è colpa dei genitori

Finita la scuola, da un tg nazionale apprendo che non solo i ragazzini ma anche i loro genitori non ne possono più dei compiti delle vacanze. È rivolta.
Ecco una notizia veramente interessante. Si apre una finestrina piccola sulla vera tragedia dell'Italia, però al tempo stesso viene da ridere.
Chi di noi non ha odiato i compiti delle vacanze? Trenta versioni di latino, trenta di greco, cinquanta esercizi di algebra, cinquanta di geometria, e in più leggere «I Malavoglia», «Il fu Mattia Pascal», «La luna e i falò», «Dubliners», «L'importanza di chiamarsi Ernesto», «L'apologia di Socrate».
Ma come faremo a goderci le vacanze? Lo dicevamo già noi, che senza andare al mare o ai monti ci accontentavamo delle feste di paese, delle scorribande per la campagna, delle avventure per fiumi e stagni, di un bacio estorto dietro il carrozzone di una fiera itinerante o il ticket office di un autoscontro.
I compiti delle vacanze erano relegati alle ore impossibili, dalle due alle cinque del pomeriggio, dentro il solo spicchio di luce che filtrava ronzando tra le ante della persiana semichiusa «per tenere fuori il caldo».
Il fastidio di tutte quelle ascisse e ordinate, consecutio temporum, aoristi, considerazioni scritte sui moti del '20 e '21, coseni e semprecaromifù diventa, una volta cresciuti, un ricordo caro, un segnavia di un cammino che, bene o male, abbiamo compiuto.
E i genitori a controllare. Non che sapessero un'acca di latino, però ci tenevano. E la versione di oggi dove sarebbe?, ah sarebbe questa? Com'è che sembra tutta quella di ieri? Oppure: è arrivata la nipote della vecchia signora Pullini, sai la professoressa? E mi ha detto che ti vedrebbe tanto volentieri per capire a che punto sei col greco.
Ma tutto questo è archivio, storia, trapassato remoto. Il genitore adesso sta dalla parte del figlio. Ma cos'è questa storia dei compiti? La prima quindicina di luglio lo mandiamo in America per perfezionare l'inglese, poi si parte tutti per le Seychelles, al dieci di agosto cominciano le gare sportive: dove li mettiamo i compiti?
Aiutarli? Figuriamoci. Dove la chiudiamo questa parentesi tonda? Diobono, ma perché poi tutte queste parentesi? Viene prima la quadra o la graffa? A me per fare i soldi bastano le due operazioni, addizione e moltiplicazione (le altre due le lascio al mio commercialista). Eccetera.
È cambiata la vita. La scuola è diventata una scomodità, e in una società in cui la comodità è un valore primario, la scuola somiglia sempre più a un rudere del passato. Un'incongruenza. Questo Paese non vuole proprio saperne di modernizzarsi.
Già. E la vecchiezza, la decrepitezza, dove stanno? Stanno in questo: che la scuola, da che esiste, ha senso perché continua, in altro modo e con altri mezzi, l'operazione educativa della famiglia, che è - semplicemente - quella di tirare su il bambino e aiutarlo a diventare un uomo.
Da un certo punto in avanti, la famiglia da sola non è più sufficiente, i problemi inerenti all'educazione si fanno più complessi, la trasmissione del sapere richiede nuove energie. Perciò si mandano i figli a scuola. Che ha, tra i suoi compiti, quello di costruire un argine all'istintività, non per eliminarla ma per renderla costruttiva. Si chiama moralità.
Se però i genitori, in nome della comodità, si mettono a difendere l'istintività contro quell'argine, allora la scuola non ha più nessuna ragione di esistere. Se il familismo amorale domina, la scuola non ha più armi educative: diventa un parcheggio. Meglio chiudere.
E voi, ch'avete li 'ntelletti sani, guardate a questa storiella come a una parabola. Prendetene il succo e applicatelo ad altri nostri scandali quotidiani, dallo smaltimento dei rifiuti tossici ai casi di malasanità, e capirete che esiste un problema antropologico di fondo, che va ben oltre le competenze della politica. Il Papa ha parlato di «emergenza educativa», che è esattamente come dire «emergenza umana».
Luca Doninelli