La fabbrica degli uomini d’acciaio

Sono giovani, italiani e lavorano anche 12 ore al giorno: ecco il popolo delle tute blu

Torino - Svegliarsi una mattina e scoprire che ci sono ancora. Nelle nostre città, sull'uscio di casa. Acciaierie e fonderie, i tetri santuari del lavoro più massacrante, oggi meglio detto usurante, come da nuova normativa previdenziale. Per noi brava gente con la testa immersa nel terziario avanzato, fatto di glamour e alta finanza, pierre e marketing, fashion e happy hour, la fonderia è rimasta soltanto come estremo termine di paragone, vagamente battutista: sempre meglio che lavorare in fonderia, diciamo per digerire qualche impegno fastidioso. Più seriamente, la maggior parte della nuova civiltà metropolitana è convinta che le fonderie siano ormai archeologia industriale, o che al massimo sopravvivano come lavoro sporco per extracomunitari al macello.

Svegliarsi una mattina e scoprire che non è così. La siderurgia è viva e lotta in mezzo a noi. Offre lavoro attualissimo ad attualissimi ragazzi italiani, che da parte loro fanno ancora la fila per un posto tra colate e laminatoi. Una sorpresa? Una sorpresa. Qui, davanti agli immensi capannoni lungo corso Regina Margherita, si spalanca tutto un mondo da esplorare. Basta ascoltare Roberto, trentuno anni, torinese. Dalla Thyssen Krupp se n'è andato pochi giorni fa: ha trovato un altro posto a Volpiano, nel settore dell'alluminio. È tornato ai cancelli per sapere qualcosa di quei poveri ragazzi, fino a un paio di settimane fa colleghi suoi. «Ho lavorato qui quasi quattro anni. Ero nello stesso turno. Appena ho saputo, ho pensato che poteva toccare a me...».

Racconta che là dentro, da sempre, non c’è manovalanza di basso profilo. La mano d'opera è tutta italiana, tutta qualificata. Tutta giovane. «Servono lavoratori con una certa professionalità. Su questi macchinari non si scherza. Bisogna tenere gli occhi sempre aperti. Quattro occhi. La proprietà non ha mai faticato ad assumere: fuori, c'è la fila». Gli sottopongo il luogo comune che furoreggia da tempo nell'Italia smidollata dei salotti bene: i nostri giovani non hanno più voglia di fare certi lavori... Roberto sorride: «Ha visto: qui siamo tutti giovani. Qualche anno fa, gli anziani se ne sono andati: c'era l'amianto, hanno goduto di facilitazioni. Così, siamo entrati noi. Di corsa. Quando hai bisogno di portare a casa il pane, accetti anche il lavoro duro».

Ma è così duro? «In acciaieria non si spegne mai la luce. Gli impianti vanno 24 ore su 24. Noi siamo divisi su tre turni di otto ore, sei giorni la settimana, sabato e domenica compresi. Con questo sistema si riesce a mettere insieme una paga buona. Puoi arrivare anche a 1.400 euro al mese. Certo, quando torni a casa dopo un turno di otto ore, più quattro di straordinari, non è che puoi andare in discoteca con le ragazze».
Insisto: non è cosa per i ragazzi d'oggi. Sorride di nuovo: «La gente racconta un sacco di stupidaggini. Io ho un diploma di perito turistico. Sognavo di lavorare in un grande albergo, o in un'Apt di qualche località famosa. Ma il tempo di aspettare non l'avevo. Così, sono entrato qui. Se devo essere sincero, la cosa più pesante non era il lavoro, ma sapere che prima o poi la proprietà avrebbe sbaraccato».

Così è successo. Entro settembre, la Thyssen trasferirà tutta la produzione a Terni. Dopo una storia secolare, questa gloriosa fabbrica torinese calerà la saracinesca. Civiltà industriale che muore? No, semplice spostamento di domicilio, per motivi strategici. Il contraccolpo, sui lavoratori, risulta pesante. Dei cinquecento che erano, oggi non arrivano a duecento. Gli altri, come Roberto, cercano altrove. Qualcuno ha accettato il trasferimento a Terni. Chi è rimasto, ora, piange sulla tragica beffa: ancora pochi mesi, e nessuno ci avrebbe rimesso la pelle. «Purtroppo - spiega Claudio Chiarle, della segreteria Fim-Cisl - questa fabbrica viveva su una contraddizione: essendo in dismissione, subiva il minimo della manutenzione e degli investimenti. Nel frattempo, però, a Terni non erano ancora pronti alla stessa produzione, così nell'attesa si chiedeva paradossalmente un superlavoro proprio qui, con straordinari su straordinari. Non dimentichiamo che le vittime dell'incidente erano ormai alla dodicesima ora di lavoro...». Roberto conferma, con sguardo triste: «Sono sincero: l'incidente non mi ha sorpreso. Stava andando tutto allo sfascio, in attesa del trasloco a Terni. Può pure essere che i ragazzi impegnati su quelle macchine non avessero neppure fatto il corso antincendio. Di solito, a regime normale, tutti noi sappiamo cosa fare e cosa non fare, con il fuoco di mezzo...».

Davanti alla strage, come già la chiamano in corso Regina Margherita, tutti quanti dobbiamo usare almeno una delicatezza: basta con questa fesseria dei giovani italiani che non vogliono più fare certi lavori. Certi giovani italiani, forse, non li vogliono più fare. Ma è diverso. Antonio Schiavone aveva 36 anni e tre bambini piccoli. Veniva da Cuneo per lavorare in acciaieria. Si teneva ben stretto il suo posto. E c'è morto. Tra i laminatoi, tanti altri come lui. Come Roberto, che adesso è qui a piangerlo. Sono giovani, sono italiani, lavorano duro per 1.400 euro al mese. La notte, non si fanno di cocaina e non si ubriacano prima di mettersi al volante. La notte stanno qui, sperando di non assopirsi, perché la prima distrazione può essere l'ultima.