Faber & «C.», patrimonio genovese

(...) Seduti all’osteria di Maurizio Braganzoni - uno dei motivi gastronomici per cui vale la pena di vivere - fra un gnocco fritto e un piatto di gamberi al balsamico, suonava un’orchestrina nell’ambito di una serie di iniziative per un progetto Onu a favore dei bambini di Haiti. Fra parentesi, un esempio di come si possa fare cultura abbinando gastronomia anche a rappresentazioni teatrali di livello assoluto.
Non avevo mai sentito nominare, nè suonare, nessuno dell’orchestrina. Ma è bastato che i primi accordi andassero sulle canzoni di Fabrizio De Andrè - anzi, dei Fabrizio De Andrè, perchè c’è il Faber degli esordi, quello del canto degregoriano, il Fabrizio folk-rock dello splendido periodo a fianco di Massimo Bubola, il De Andrè etnico delle canzoni con Mauro Pagani e il De Andrè profetico un po’ con Fossati, un po’ da solo, di Anime salve - che, immediatamente, mi è sembrato di conoscerli da sempre. Che quell’orchestrina senza nomi ridondanti e senza musicisti noti, sembrasse la stessa che suona ogni giorno nel mio lettore cd.
Chiaramente, piazza Nuova, l’osteria di Maurizio Braganzoni e Bagnacavallo, moltiplicavano le mie emozioni.
Ma sono le stesse, identiche emozioni che si sentono sulle piazze di migliaia di città e paesi italiani ogni volta che suonano le note di De Andrè. Che è un patrimonio genovese nel mondo. Che, con la sua musica, è ambasciatore dei nostri profumi e dei nostri sapori, del nostro vento e delle nostre ruvidezze, dei nostri scorci e delle nostre scorciatoie.
Poi, credo che ciascuno di noi abbia almeno tre canzoni di Fabrizio che non gli piacciono e che, se sentite in rapida sequenza, gli creano crisi di rigetto deandreiane.
Però. Però credo che la forza evocativa della musica di Faber sia un patrimonio della nostra città, qualcosa capace di farcela amare ancor di più. E quindi ben vengano le canzoni di Fabrizio su mille piazze d’Italia, con mille orchestrine e mille interpretazioni. Certo, con il rischio concreto che qualcuno se ne approfitti e che viva un po’ di luce riflessa.
In particolare, temevo che il tour di Cristiano che canta Fabrizio fosse puramente un’operazione commerciale.
E invece. La smentita al concerto, anche e soprattutto a quello organizzato dalla Grandi Eventi di Vincenzo Spera al Vaillant Palace di Fiumara. In platea Dori, le figlie di Cristiano, sua sorella Luvi, Antonio Ricci...
Invece, Cristiano ci mette dentro cuore e anima. Ci mette dentro Fabrizio, padre quasi sempre assente che lo chiamava «C». E ci mette dentro anche qualche perla personale: da Cose che dimentico, splendido duetto fra padre e figlio, a quella Dietro la porta che, a Sanremo, ci rivelò che Cristiano era qualcosa in più di un cognome.
Fino a Notti di Genova, in cui canta: «Genova rossa, rosa ventilata/di gerani ti facevi strada/Genova di arenaria e pietra/anima naufragata/Ti vedrò affondare in un mare nero/proprio dove va a finire l’occidente/ti vedrò rinascere incolore/e chiederai ancora amore/senza sapere quello che dai/perchè è la vita intera che grida dentro/o forse il fumo di Caricamento».
Sentendola, si respira un’atmosfera. L’atmosfera di Genova. Quando capita, chi canta ha già vinto.
Massimiliano Lussana