Fabris: "Io, pendolare del ghiaccio: i miei ori non sono serviti"

Il campione olimpico: "Come può crescere il pattinaggio se per allenarsi bisogna andare in Germania o in Olanda?"

Ci siamo, fra quattro giorni a Vancouver si apriranno i ventunesimi Giochi olimpici invernali. Fa caldo in Canada e sulle piste c’è poca neve, ma a Enrico Fabris questo non importa molto, lui è sul ghiaccio che fa scivolare le lunghe lame dei suoi pattini, è sul ghiaccio che è diventato uno degli eroi di Torino 2006 ed è sempre sul ghiaccio che sabato inizierà la sua avventura olimpica con due titoli più un bronzo da difendere.
Il ventottenne di Roana da quattro anni non è più un mister nessuno, proprio sabato sorriderà agli italiani dalla copertina del più diffuso settimanale sportivo e nelle prossime due settimane illuminerà con la sua azione potente ed energica lo spot della Edison, sponsor della spedizione italiana.
Eppure, dopo la sbornia di gloria seguita a quelle magiche giornate del febbraio 2006, Enrico era tornato alla sua vita tranquilla di atleta di uno sport che in Italia viene quasi ignorato da televisioni e giornali, e diventa importante solo in occasione dei grandi appuntamenti.
«Si sa, è normale, nessuna sorpresa, ci rimasi un po’ male all’inizio, ma poi ho continuato a vivere e ad allenarmi come sempre».
Ed ora, cosa sta succedendo?
«Ora si fanno vivi tutti ed è comprensibile, è giusto così, l’importante per me sarà riuscire a gestire bene la cosa senza che diventi un peso mentale: finora nessun problema, sono abbastanza tranquillo e pronto. La pressione devo cercare di usarla come stimolo in più, come elemento positivo. Partirò in gara pensando di non aver mai vinto nulla».
Ricorda la vigilia olimpica di quattro anni fa?
«Eh, le cose sono cambiate tanto, in meglio, perché adesso affronto i Giochi da protagonista, prima nessuno sapeva niente di me e del mio sport».
Che però resta in una nicchia, i campionati italiani previsti a gennaio sono stati rinviati a marzo per mancanza di partecipanti...
«Il movimento è rimasto uguale a prima, difficile che cresca visto che in Italia non esiste una pista coperta dove praticarlo. A Torino la pista olimpica ha aperto solo un mese e mezzo lo scorso autunno, da sempre per allenarci dobbiamo andare all’estero, in Olanda o Germania, ma da quando siamo diventati bravi tante porte restano chiuse».
Sven Kramer, il suo avversario più forte, nel suo Paese è famoso come da noi Valentino Rossi. Vorrebbe essere olandese?
«In Olanda il pattinaggio di velocità è lo sport nazionale, olandesi sono i pattini che mi affilo da solo prima di ogni gara, ma io non cambierei nulla, sono molto legato alla mia terra, alla mia famiglia e ai miei amici, che a Vancouver verranno a vedermi in quindici. A Torino i tifosi aumentavano progressivamente gara dopo gara e per i 10000 finali, chiusi all’ottavo posto, l'emozione di pattinare con il loro tifo fu davvero forte».
La gara dei 1500 metri è paragonabile per sforzo fisico a un 800 di corsa, a questa nel suo programma aggiunge i 5000 e i 10000, oltre alla gara a squadre. Cos’è la fatica per lei?
«È piacere, se faccio questo sport è solo perché mi piace, mi diverte da sempre, da quando ero bambino e mio padre mi fece provare sul lago ghiacciato vicino a casa, sull’altopiano di Asiago. Quando parto in gara non penso alla fatica, vado e cerco solo di essere il più veloce possibile. Se arriva la crisi stringo i denti, mi alleno per questo».
Vacanze? Sul suo sito l'abbiamo visto in posa in una spiaggia da sogno...
«Non ricordo nemmeno che posto fosse, al mare preferisco la montagna e in ogni caso di vacanze ne faccio poche».
A Torino, dopo l'esordio con il bronzo nei 5000 metri, vinse l'oro nella gara a squadre, con Anesi, Sanfratello e Donagrandi, e poi quello individuale nei 1500 metri. Obiettivo per Vancouver?
«Uno: sapere dopo ogni gara di aver dato il massimo. E dovendo scegliere se vincere medaglie da solo o con i compagni sceglierei tutte e due, il gusto è diverso, ma la gioia è unica!».