Fabris pattina nel bronzo

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Quanto è lungo quell’Oval? Come minimo da Roana a Torino. Quanti sono i pattinatori sul ghiaccio in questo nostro bel Paese di sportivi da stadio? Una trentina, dice l’almanacco. Secondo lo stesso tomo sembra che nascano tutti nello stesso sito, Roana per l’appunto, altopiano di Asiago; si chiamano Luca Stefani, Serena Costa, Matteo Rigoni, Alessandro Magnabosco. Fior da fiore ieri è sbocciato un gladiolo, Enrico Fabris, medaglia di bronzo a Torino, una prima volta assoluta, inedita nella disciplina. Quando si è messo a spingere gli stantuffi sono andati sempre più veloci lungo quel binario sognato e disegnato da una vita. Da quando suo padre Valerio lo portava sul laghetto naturale di Baselga di Pinè, da quando sua madre Bertina pensava di avere messo assieme una bella squadra con gli altri due pupi, Michele e Nicola, ma non immaginava certo che l’Enrico un giorno avrebbe preso, non dico il bronzo alle Olimpiadi oppure l’oro agli Europei, ma la chitarra elettrica per suonare la musica metallara. Uno di Roana che perde la testa, zazzeruta, con il capello che scende lungo quel viso già lungo, a evidenziare quel naso da ciclista in salita, uno di Roana, dicevo, che fa il matto, per gli Iron Maiden? Sì, quelli che piacevano anche a Tony Blair, quelli di Running free, titolo che è l’insegna giusta dell’Enrico da Roana. A ventiquattro anni si va in paradiso. Si è tagliato il capello, ora normale anche se pare gli sia scoppiato un petardo in capo. Parla come gli sportivi di un tempo, quelli che «sono contento di essere arrivato primo». È arrivato terzo ed è un fiore. Chissà quante volte avrà provato le lame? Chissà quante volte avrà messo i suoi piedi nel catino per l’imbarcatura? Che razza di roba è mai questa, per noi pantofolai? Trattasi di quella specie di equazione con la quale si adatta il peso del corpo e dell’antropometria (ehm) alle condizioni del ghiaccio che può avere più o meno sale o altro. Non è mica finita qui. Enrico Fabris ha posato i suoi piedi nudi nella bacinella e qui hanno colato la plastica, ovviamente allo stato liquido, come per un pediluvio da Star Trek, e l’intruglio ha preso poi forma identica, perfetta delle «ali», ridisegnando e modellando ogni particolare, dettaglio, bulbo pilifero, dito. Non ho saltato un passaggio, la calza penserete voi. No, per esasperare il bionico pattinatore, il calzino non è previsto, anzi si va così piede-scarpa tutt’uno e l’Enrico Fabris volava, spingeva, ingoiava l’aria fredda, tirava i muscoli facciali, gonfiava i quadricipiti come Rambo, portava le mani dietro la schiena (così facevamo a scuola nella posizione di riposo), controllando con la coda dell’occhio, dietro le lenti da marziano, i tempi segnati sul tabellone, mentre attorno il brusio diventava voce e la voce diventava coro e il coro, infine, era un urlo di gioia. Urlava Bertina, urlavano Valerio e Michele e Nicola, urlavano quelli di Roana venuti giù al mattino, perché la prima volta è sempre la più bella, perché non è oro, d’accordo, ma questo forse ha un profumo migliore. E stasera si va di chitarra.
Tony Damascelli