Fabris, primo podio all’ultima curva: «Il bronzo o cadevo»

Paolo Marchi

nostro inviato Torino

Lui per primo ha detto che «è stato come vincere un terno al lotto», ma per favore non si dica che la prima medaglia vinta dall’Italia ai Giochi di Torino è stata una botta di fortuna come Paoletta Magoni nello slalom di Sarajevo ’84 o la Ceccarelli quattro anni fa in superG a Salt Lake City. Lo sci alpino si presta a questi scherzi piacevoli (che per i favoriti della vigilia sono vissuti come dei drammi), il pattinaggio di velocità (...) è sport più esatto, soprattutto quando viene corso al chiuso, e le sorprese non sono l’impossibile che diventa realtà, gli asini non mettono le ali. Può invece capitare che il quinto piazzato nel ranking mondiale si superi di un po’ e arrivi a mettere i suoi piedi sul podio, su un terzo gradino che è storico per questo sport a livello di Italia. Mai un azzurro della velocità, quella lunga, 400 metri misura l’anello, come per l’atletica, era andato a medaglia e anche per questo la federghiaccio ai Giochi d’inverno è sempre vista come la cugina povera della federscì. A rompere il tabù Enrico Fabris, poliziotto veneto dell’altopiano di Asiago, ventiquattro anni compiuti lo scorso 5 ottobre, chitarrista e rocchettaro, genere heavy metal, alto un metro e 89 centimetri con un peso forma di 80 chili che lo fa apparire più magro di quanto non sia perché sotto la tuta non si fa tanta fatica a capire che tra il tessuto e le ossa ci sono solo muscoli e non un filo di grasso. Enrico, per la precisione di Roana, località che dista dal capoluogo formaggioso sette chilometri, si è spremuto, ha sudato e ha tagliato il traguardo stremato in un impianto chiamato Oval al Lingotto che era pieno soprattutto di olandesi, di tifosi di una nazione dove questo sport è un religione. Ieri partiva per ultimo, in coppia con il norvegese Ervik, uno dei favoriti, scivolato però all’indietro, giù fino al decimo posto anche per problemi di concentrazione e sicurezza nei propri mezzi. A novembre aveva corso i 5 km a tempo di record mondiale, ma tempo una settimana e Chad Hedrick faceva ancora meglio. E così ecco che ieri la gara «iniziava» con la terza e ultima tornata: quando toccava a Hedrick, obiettivo dichiarato e possibile 5 ori, la classifica vedeva l’olandese Kramer davanti al connazionale Verheijen con ottimi tempi per il ghiaccio dell’ovale torinese. Chad li macinava con un marcia in più, primo a tutti i chilometri, sotto gli occhi di first lady Laura Bush, una cowgirl felice per un cowboy discolo fuori dalla pista, ma serissimo dentro. «Mi hanno creato dei problemi quei tre lì perché, partendo per ultimo, avevo sviluppato una certa strategia, poi però, visti i loro tempi, bassissimi, mi sono impressionato. I 5mila non sono la mia vera gara. Io sono uomo da 1.500 e nel mio sport i valori sono assodati, non ci si inventa. Puoi limare qualcosa, ma non inventarti il tempo pazzesco. E vedendo quello che avevano fatto, ho deciso che quello che avevo pensato non andava più bene». È un po’ come comperare un biglietto al cinema, accomodarsi in sala e quando il film inizia scoprire che la pellicola trasmessa è un’altra: «Sono partito con le gambe molli, non sviluppavo la velocità che mi ero ripromesso. Guardavo a ogni giro il cartello con il mio tempo e mi demoralizzavo sempre più. Devo invece dire che non ero poi così malvagio. A metà gara (5 km qui si coprono in 6 minuti e 16" circa, ndr) ho iniziato a sentire il pubblico che prendeva a incitarmi e allora ho pensato che l’occasione era lì, che dovevo darci dentro tutta e così è stato. Grandi gli ultimi quattro giri e fantastico l’ultimo: mi sono detto che non c’erano alternative, che o vincevo il bronzo o cadevo a terra. Eccomi qui: posso dire con orgoglio che ho speso ogni mia forza». E questo è un merito che si prende per sé, ma la dedica è per altri: «È per i tifosi che mi hanno sostenuto e che ringrazio ed è anche per chi mi segue in uno sport che adesso spero trovi appassionati anche fuori Asiago. Il futuro? Restare con i piedi per terra. Correrò altre tre gare, 1.500, diecimila e inseguimento a squadre. Spero, saputo della medaglia, tanti mi seguano in tv perché il pattinaggio velocità ha molto da dare all’Italia. Io non mi stupisco più della sua bellezza». Si sarà meravigliato invece del premio. Ieri sera festa grande a Casa Italia al Castello del Valentino. Brindisi, urrah e un assegno di 40mila euro. Tanto viene monetizzato un bronzo. Particolare curioso, inimmaginabile per noi italiani, popolo antisportivo: i tifosi che gli davano la carica erano in maggioranza olandesi. Incitavano per il piacere dell’impresa un italiano che per 59 centesimi ha buttato giù dal podio il tulipano Verheijen. Quando mai succederebbe da noi a ruoli invertiti? Mai per l’appunto. Paolo Marchi