Facce tristi e sbadigli L’Unione non applaude il 60° della Repubblica

La sinistra al potere in tribuna d’onore alla parata del 2 Giugno. Da Prodi a Marini, neanche un battimani e un saluto ai militari. Caruso: «Aboliamo l’Esercito». L’entusiasmo del Cavaliere

Claudia Passa

da Roma

Una tribuna divisa a metà. Quasi come in un derby calcistico, quando una squadra va in rete e l’altra soccombe. La Cdl da un lato, Silvio Berlusconi in testa ad applaudire al passaggio d’ogni reparto. L’Unione dall’altro, ancora una volta spaccata in due: pressoché impassibili i vertici di governo e Parlamento, a scandire i tempi della parata alzandosi in piedi e mettendosi a sedere. Immobili parte dei neo-ministri, braccia conserte o mani sulla balaustra. Ad applaudire, per la maggioranza, è ad esempio Piero Fassino, che in più occasioni scambia battute con il leader del centrodestra; il vicepremier Francesco Rutelli, il guardasigilli Clemente Mastella, il ministro Emma Bonino. Accanto a loro Giorgia Meloni, giovanissima vicepresidente della Camera, saluta entusiasta ogni reparto e lascia via dei Fori Imperiali, al termine della manifestazione, indossando il berretto bianco con lo stemma delle Forze armate.
C’è chi l’ha definita compostezza istituzionale. Qualche telecamera di quando in quando ha pure immortalato un sorriso. Ma al pubblico e ai militari assiepati sul lato opposto di via dei Fori imperiali, già rammaricati per il ridimensionamento della prima (e forse ultima) parata dell’era del «Prodi-bis», il parterre de roi della Repubblica italiana non ha trasmesso la felicità di partecipare a una grande festa. Pochi applausi dal centro-tribuna, fredda compostezza nel palco d’onore dove accanto al Capo dello Stato sedevano i presidenti delle due Camere, Marini e Bertinotti, il premier Romano Prodi che ha ci ha tenuto a precisare come «questa manifestazione fosse molto pacifista». Poche mani al cuore al momento dell’inno conclusivo, e una mano che - al contrario - ha sfiorato troppo spesso il bavero della giacca. Quella di Fausto Bertinotti, che portando il palmo sinistro al petto ostentava una spilla arcobaleno appuntata sull’occhiello. Come a voler dire: sono qui perché ci devo essere, fosse stato per me avrei celebrato altrove la festa della Repubblica. Magari sventolando le bandiere pacifiste assieme ai compagni di partito e agli alleati della sinistra radicale che per la sua osservanza al protocollo istituzionale l’hanno più o meno velatamente tacciato di «incoerenza».
Disertare non poteva, l’ex leader di Rifondazione comunista eletto sul più alto scranno di Montecitorio. Ma di certo non appariva a suo agio. «Una statua di ghiaccio», l’ha definito un militare veterano della parata del 2 giugno. Gli occhi stropicciati con frequenza, di tanto in tanto lo sguardo all’orologio. Il volto serio, serissimo. Ma non l’unico. Impassibili anche le autorità accanto a lui, Prodi in testa. Poche chiacchiere pure fra di loro. Ci si alza e ci siede, punto e basta.
Poco più in là, si fanno notare immobili, quasi infastiditi, alcuni neo-ministri. «Una sfilata così, senza entusiasmo e a ranghi ridotti, con i vertici dello Stato quasi come se fossero a un funerale, non è la nostra parata», sbotta un addetto ai lavori. Fra il pubblico, in divisa e non, quegli applausi mancati, ma soprattutto i sorrisi spenti, non sono passati inosservati. E c’è chi non ha nascosto un fremito di nostalgia osservando Silvio Berlusconi sprizzare entusiasmo, applaudire convinto, sorridere compiaciuto al passaggio dei 7.006 militari, 421 civili, moto, autoveicoli e mezzi speciali, bandiere e medaglieri, unità cinofile e reparti a cavallo, e a concludere le nove Frecce Tricolori. Un sensibile ridimensionamento numerico rispetto allo scorso anno, meno uomini, meno mezzi da combattimento, più fanfare e mezzi civili.
Il leader disobbediente Francesco Caruso, eletto deputato con Rifondazione, vorrebbe andare oltre: «Sono per l'abolizione dell'esercito. Facciamo come in Svizzera, lì funziona bene da duecento anni e non ci sono mai state vittime della guerra», dice in serata su Sky.
Le liti e le discussioni, il leader della Cdl ha preferito lasciarle agli avversari. «Sono sempre i soliti», aveva affermato, uscendo da Palazzo Grazioli, a proposito della contro-manifestazione della sinistra radicale. «Basta con le polemiche, io non ne faccio», ha detto lasciando la tribuna d’onore, «è una bellissima giornata, posso solo dire viva le Forze armate». Poi via al bagno di folla lungo via dei Fori Imperiali, fra i numerosi sostenitori riversatisi in strada al termine della parata. «Silvio salvaci tu», «Silvio non mollare», «sei sempre il nostro presidente», urlano i fan lungo il tragitto verso via del Plebiscito. L’ex premier non si tira indietro, fra strette di mano, fotografie e sorrisi felici. La «traversata» di piazza Venezia, fra un applauso ed un’esortazione ad andare avanti, dura circa mezz’ora. I sostenitori non lo mollano, e arrivati in via del Plebiscito intonano «chi non salta comunista è». Silvio Berlusconi li guarda, sorride. E inizia a saltellare nell’androne di Palazzo Grazioli.