Facchino strangolato in strada: un’altra «lezione» sudamericana

Si chiama Eguizabal Ramirez, ha 27 anni, è originario del Salvador e lavorava regolarmente in Italia come facchino. Un’esistenza senza macchie la sua. Almeno sulla carta. Tuttavia qualcuno lo voleva morto o l’ha fatto fuori in un gesto d’impeto. In ogni caso il suo assassino si è assicurato che Ramirez fosse deceduto visto che -, dopo averlo colpito più volte alla fronte con un oggetto che ancora la polizia sostiene di non sapere cosa sia e che solo l’autopsia chiarirà se ha prodotto al poveretto gravi fratture interne - lo ha anche strangolato. Ovvero: «o muori così, o in un altro modo». Il cadavere del salvadoregno, infatti, era morto da pochissimo quando è stato trovato da un passante - che ha avvertito immediatamente il 118 -, nella notte tra giovedì e venerdì, intorno alle 3, all’angolo tra largo Giambellino e via dei Tulipani. Accanto al cadavere i poliziotti della squadra mobile hanno poi rinvenuto il mazzo delle chiavi di casa del poveretto, cinque lattine di birra vuote e uno scooter, anche quello intestato alla vittima. Secondo indiscrezioni sul posto, al momento del ritrovamento del cadavere, ci sarebbe stato anche un connazionale di Ramirez. Un uomo di cui gli investigatori non vogliono parlare e che, ieri mattina, è stato sentito negli uffici della squadra mobile.
«Abbiamo portato qui, però, anche altre persone da interrogare - ha spiegato piuttosto misteriosamente ieri mattina il dirigente della Mobile, Vittorio Rizzi - e sono tutti del Centro e del Sud America. Ma, al momento, non abbiamo altro da aggiungere: stiamo lavorando. Non pensiamo, comunque, si tratti di qualcosa legato alle bande giovanili, anche perchè la vittima non solo non era più giovanissima, ma non aveva addosso segni o tatuaggi che ci possano far pensare a quel preciso ambito».
Quel che è certo è che molto di ciò che di negativo accade in queste ultime settimane in città sembra essere legato, in qualche modo, agli stranieri provenienti dal Centro e dal Sudamerica. Sarà un caso, non c’è dubbio. Sta di fatto che a Milano si stanno verificando fatti violenti e piuttosto ravvicinati tra loro dal punto di vista temporale che, fino a pochissimo tempo fa, costituivano una sorta di «esclusivo dominio» di altre etnie, ritenute all’unanimità molto più pericolose delle popolazioni del Centro e del Sud America.
Dopo che a gennaio, una colf peruviana è stata uccisa a Buccinasco, nell’abitazione del suo datore di lavoro, da un connazionale che aveva avuto, tempo addietro, una storia con lei e le ha teso un tranello, c’è stata la volta di un altro peruviano che, il 25 maggio scorso, alla Cascina Baroggi (frazione di Cascina de’ Pecchi) aveva ammazzato la convivente con una violenza inaudita dopo averla trovata mentre s’intratteneva «molto affettuosamente» con un loro ospite ecuadoriano e domenica è toccata ai peruviani che hanno aggredito gli uomini della polizia municipale al parco Cassinis.