Facci, una rana di bronzo: «Mi ispiro a Rocky Balboa»

Primo podio mondiale della specialità per un azzurro. «Devo tutto ai miei allenatori guru»

nostro inviato

a Melbourne

Per mettere paura ci prova con lo sguardo cattivo. Gli piace la boxe «e Rocky Balboa è ideale da copiare». Gioca a tennis. «E Federer è il mio idolo». Ci aveva provato con il pallone. «Fantasista, ma troppo spesso in panchina». Tifa Juve, abitando nei pressi di Torino. Del Piero, il primo nome per il suo cuore tifoso. Bene, ma tutto questo non servirebbe. «Se non fossi nato ranista. Io camminavo a rana fin da piccolo. Stile libero? Macchè io batto i piedi a rana». Un uomo chiamato rana ieri è diventato il primo italiano a conquistare un podio mondiale della specialità. In realtà si chiama Loris Facci. Fino a qualche tempo fa “Lorisfaccisognare”. Oggi il sogno ha preso il brillio bronzeo di una medaglia sudata. Primo europeo della compagnia dei 200 metri dietro a Kosube Kitajima, il piccolo principe giapponese esploso quattro anni fa ai mondiali di Barcellona, e Brenton Rickard, cocco di casa della Rod Laver Arena finalmente piena di gente e calda di tifo.
Non c’era Brendan Hansen, che poi è il mostro della specialità, preso da un virus improvviso. Facci dovrà ringraziare: il virus. Ma fors’anche quella giudice portoghese che, in agosto agli europei, lo rapinò di un successo a tutti parso regolare, tranne a lei appostata al bordo della piscina per dire che tocco e virata non erano autenticabili. Seguì un putiferio, e il povero uomo rana tornò a casa a mai vuote. Anzi, si fece tatuare una rana con la corona sul braccio destro. Un souvenir oggi meno fuori posto. L’ingiustizia servì per cercare giustizia. Paolo Bossini, l’altro ranista nostro, ieri arrivato quarto (due in finale, niente male) rischiò di dar ragione alla squalifica, con qualche parola di troppo in tv. Ne uscì con una misera figura. «Mi scrisse un sms per avvertirmi che era stato male interpretato. E chiusi la vicenda».
Stavolta Bossini è stato sempre dietro e Facci in agguato fino all’ultima vasca, quando si è aperto il varco per cercarsi il podio che la nostra compagnia della rana aveva trovato, nella sua storia, solo alle Olimpiadi di Sidney con Rummolo (3°) e Fioravanti, che oggi lavora per la tv e guarda gli azzurri con nostalgia. Ma allora vinse 100 e 200.
Ora, invece, “Facci sognare” è diventato “Facci l’erede” e può darsi che la cosa gli riesca bene. Intanto sta già facendo progetti per Pechino. «Quella medaglia persa a Budapest è stata la molla per lavorare di più». Il nostro, infatti, ammette senza pudore che i ranisti non amano allenarsi molto. «Non possiamo nuotare a rana per dieci chilometri al giorno». In compenso è un grande agonista. «Quando si va di cattiveria, io sono pronto, come negli ultimi 50 metri». Conferma che arriva da Fulvio Albanese, uno dei due allenatori. Quelli che lui chiama i miei guru. Albanese cura la parte tecnica , da tre anni, cioè da quando Claudio Rossetto, l’allenatore di Magnini, ha lasciato Torino ed anche Facci. Ma la buona mano non mente. Albanese è stato un giocatore di pallanuoto in serie A, dunque capisce l’atleta e la sue bizzosità. «È estroverso, un artista, poiché la rana è uno stile artistico. Però Loris ha gambe eccellenti e buona coordinazione». L’altro, quello più propriamente definito guru, è Enrico Meneghel. «Ovvero il mio maestro di vita, la guida spirituale». Nessun s’inganni: Facci non è un meditabondo scrutatore del vuoto. E’ un ragazzo nato a San Mauro Torinese ventitré anni fa, guizzante pesciolino nell’acquario dei pescecani. Uno che vuol far strada e ieri si è commosso quando ha sentito gli inni. «Peccato non fosse quello italiano. L’inno è la cosa più bella che c’è. Per sentirlo darei in cambio la medaglia». Per sentirlo ne deve vincere una d’oro. Quasi impossibile a Pechino. Ma chissà che non torni in campo “faccisognare”.