Faccia aprire gli archivi

Il viaggio di Giorgio Napolitano in Ungheria assume il valore di una singolare nemesi storica. Cinquant'anni fa, insieme a quasi tutto il gruppo dirigente comunista italiano, Napolitano difese e addirittura elogiò la repressione sovietica a Budapest contro un popolo che chiedeva «solo» la libertà. Nessuno avrebbe potuto neanche immaginare, allora, che quello stesso uomo sarebbe andato a rendere omaggio a chi per quella libertà fu ucciso, ferito, incarcerato, messo a tacere.
Per nemesi, personificazione della giustizia, si intende modernamente una fatale punizione della tirannide e dell'egocentrismo attraverso le vicende della storia. Non una vendetta, ma un'espiazione. È vero, come è stato scritto e detto più volte negli ultimi mesi, che venti e trenta anni fa Napolitano ha fatto autocritica sulla sua posizione del 1956, ma la sua posizione di oggi è talmente diversa che non basterà una nuova autocritica negli stessi luoghi dove infuriarono i carri armati sovietici.
Da lei, presidente Napolitano, gli ungheresi - e più ancora gli italiani - si aspettano almeno due cose. Prima di tutto che i suoi interventi pubblici evitino la studiata precisione dei discorsi preparati a tavolino. Quello che ci si aspetta da lei è che parli da uomo capace di aprirsi ai sentimenti, ai rimpianti e anche ai sensi di colpa. Sappia parlare, presidente, non dall'alto della sua carica, ma dall'alto della sua umanità di individuo che offre un dolore sincero per quanto può avere sbagliato non solo nella vita pubblica, ma anche là, nell'intimo più profondo, dove il pensiero si fa coscienza. Abbia la forza di ammettere anche le umane debolezze che stettero dietro a decisioni politiche delle quali altri avevano saputo con coraggio indicare la mancanza di giustizia. Soltanto così la capiranno, la capiremo, e solo così questo viaggio, che di certo le costa e le pesa, avrà l'esatto valore catartico che deve avere.
Poi faccia in modo, presidente, che il ripensamento storico di quanto avvenne non si esaurisca con il suo viaggio. Ci sono, ancora, archivi da aprire, memorie da stimolare, argomenti da approfondire sul comportamento della classe dirigente comunista di cui fece parte. Compia quanto in suo potere perché finalmente si possa davvero storicizzare una pagina buia della nostra storia. Se ciò avverrà, la chiarezza fatta servirà molto anche a liberare la nostra vita politica da asprezze, chiusure, veleni che ancora la attossicano. Con questo spirito le sarà anche più facile sopportare con umiltà le contestazioni che probabilmente non mancheranno.
Buon viaggio, presidente.
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