Faccia a faccia con la ribelle

Tutto comincia con una lettera. «Eccomi qui. Sono una studentessa remake. Sono una di quelle con l’acqua alla gola e pervasa dai sensi di colpa, perché i miei studi pesano sulla mia famiglia operaia. Sono colma di rabbia, autocritica e amareggiata. Mi guardo intorno e vedo una società che mi mette alle strette. Basta avere 30 anni e sei troppo vecchio per un lavoro come si deve, quindi sbrigati, laureati e trovati un lavoro che rispecchi le lacrime e il sudore versati sui libri, altrimenti... cazzi tuoi, muori in un call center. Il signor Vittorio Macioce ci guarda dall’alto della sua scrivania, ma come dovrebbe fare un buon giornalista, non scende in mezzo a noi e mette in atto l’osservazione partecipante».
Eleonora Coderoni vive a Roma, all’Eur, studia alla Sapienza, frequenta una di quelle facoltà che ti promettono tutto e niente, quasi un simbolo dell’università parcheggio: Scienza della Comunicazione. Eleonora ha 24 anni, un profilo su Facebook, volto dolce, molta tigna, un piercing al naso e tanta paura di non avere futuro. Anche lei okkupa e pensa che se il futuro non te lo danno in qualche modo lo devi cercare. Ha letto un commento su questo quotidiano, o meglio sul sito internet. Il titolo è: «Questi ragazzi ostaggi del passato». C’è una domanda che non manda giù: «Perché scendete in piazza per difendere una società cristallizzata? Dovreste cambiare tutto e invece vi rifugiate nel vecchio».
Eleonora pensa di non farcela. Se la Finanziaria taglia i fondi alle università, gli atenei aumenteranno le tasse. «E io non ci sto più dentro. La Gelmini vieta a quelle come me di fare l’università: sei figlia di operai, non te la puoi permettere, vai a lavorare stronza!!». Padre metalmeccanico, madre casalinga. Eleonora il venerdì e il sabato fa la cameriera nei pub, qualche volta la baby sitter e se capita distribuisce volantini. Si arrangia. «Ma al massimo tiro su 200 euro al mese». Le ricordi che gli atenei sprecano e forse la Gelmini vuole razionalizzare. Ci sono tanti corsi inutili, dai nomi strambi, che servono solo a dare un posto all’ultimo «protetto» dei tanti baroni. L’università, le dici, è una roccaforte di privilegi, che nessuno ha il coraggio di toccare. Buttate giù i baroni e scardinate un’università che si dichiara di massa, ma che resta classista. Eleonora sostiene che di corsi inutili ce ne sono tanti. Lo sa anche lei, ma lo Stato ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali affinché tutti siano uguali e abbiano gli stessi mezzi. Cita l’articolo 3 della Costituzione e chiede soldi per la scuola pubblica. I baroni sono un problema da affrontare dopo. Ma dopo quando? È la fiducia in questa casta d’intoccabili che fa paura. Tu pensi che l’università abbia bisogno di più borse di studio e sconti fiscali per le famiglie. Lei crede che continuare a finanziare l’elefante sia l’unica soluzione. Tu non ti fidi dello Stato. Lei sì.
Questo welfare, dici, ha l’ambizione di proteggere tutti e invece lascia senza paracadute i più deboli. A voi, per esempio, non vi vede. È vecchio e disegnato su un mondo del lavoro dove tutti i posti erano a vita. Fissi. Ecco la «rivoluzione» da fare. Scendete in piazza, contro i signori del Novecento, quelli che dicono: non si tocca nulla. Eleonora ti guarda e poi fa sì con la testa. «Lo sappiamo. Stiamo preparando un progetto, serio, una controproposta per la Gelmini. C’è anche questo. Vedrai». Da soli? «Ci aiutano i professori, e soprattutto i ricercatori. Dopotutto non c’è nessuno più precario di loro». E i picchetti? A che vi servono? «Questo lo raccontate voi. Se uno deve discutere la tesi o dare un esame è libero di farlo. Non siamo così stupidi. Non siamo, appunto, nel ’68». Le chiedi: perché non parlate con la Gelmini. Lei recita: «Deve prima sospendere il decreto». Come la Cgil? «Se ti fa comodo crederlo». Eleonora non si fida delle riforme. È capitata nell’era del 3+2, laurea breve più specializzazione. «Non sai che disgrazia. È un esamificio. Quaranta esami in tre anni». Eleonora ci tiene. Si dichiara apartitica. Non cerca ideologie. Il sessantottismo le fa schifo. Al fondo della sua protesta, lì tra il cuore e le viscere, c’è una grande paura: vede un futuro senza futuro. È il motore della rabbia. Giura che non si arrenderà. L’ultimo messaggio che ti lascia è: «Questo è solo l’inizio. Non avete ancora visto nulla». Tu rispondi: «Stai solo attenta ai cattivi maestri».