La faccia triste del Sudamerica

da Lima
C’erano due cose che non sapevo. Che Lima, d’inverno, è una città grigia, carica di nuvole stagnanti e gonfie nel cielo. E che la comunità italiana di Lima è composta in prevalenza da liguri, ed è così bene organizzata e attiva. L’ho scoperto arrivandoci per una Fiera del Libro. Mi aspettavo la luce calda e pastosa delle vecchie città coloniali, quell’esotismo colorato, disordinato, sensuale che si trova ancora all’Avana, e che inconfessabilmente attrae sempre noi europei, abituati all’astrattezza della ragione cartesiana.
E invece niente. L’autista dell’ambasciata mi ha lasciato in un albergo in mezzo a un severo uliveto, con una trama di alberi bassi il colore delle cui foglie non distava troppo da quello di un cielo sempre imbronciato. Intorno, palazzi in vetro e acciaio, gallerie commerciali, viali che sembravano provenire dal nulla e portare nel nulla. Da europeo, rimango convinto che una città vada scoperta girando a piedi. Ma Lima è una metropoli sconfinata. Dopo una passeggiata nell’uliveto, forse un omaggio di qualche immigrato ligure alla sua terra d’origine, non mi resta che tornare in albergo, al bar.
L’OMBRA DELL’AUTISTA
Lì ho provato per la prima volta il pisco sour, un cocktail peruviano a base di un liquore locale simile alla grappa, limone e bianco d’uovo. È un liquido chiaro e leggermente spumoso. A vederlo non entusiasma. Ma a berlo è buonissimo, soprattutto se accompagnato da pezzetti di formaggio morbido condito con olio d’oliva. Rinuncio a camminare, devo rassegnarmi a farmi portare in giro dall’autista, Julio, occhiali dalle stanghette d’oro, camicia bianca a mezze maniche e cravatta, piccolo di statura e occhi lunghi da indio. È gentile, Julio, rassicurante. Ma prende troppo sul serio il suo ruolo di accompagnatore. Quando scendiamo dall’automobile, mi segue passo passo, dovunque io vada lui è lì, un metro indietro, paziente, delicato, pronto a darmi indicazioni solo quando io gliele chiedo. Ma senza perdere il contatto. È come se qualcuno gli avesse affidato il vecchio scrittore europeo solitario, indisciplinato e curioso di tutto, e lui se ne sentisse responsabile.
Nel centro storico di Lima, piccolo e niente affatto monumentale, mi aggiro per i negozi multicolori delle isole pedonali, traverso le piazze di edifici bassi in tinte gialline, entro nella Cattedrale di un barocco coloniale tutto di superfici agitate e quasi grondanti miele. Poi mi faccio portare a vedere l’Oceano. La città è come sospesa su un piedistallo di roccia alto sul mare. La spiaggia di sabbia nerastra è sprofondata, franata ai piedi dei palazzi e di quell’alto scalino roccioso. Il colore del mare, agitato e freddo, è grigio piombo, le larghe macchie nere che vi vedo in superficie non sono windsurfer in muta, come ho creduto subito, ma enormi uccelli marini, come mi spiega Julio, divertito dal mio errore.
FRAMMENTI DI FOLKLORE
Una visita al Museo nazionale, un tetro palazzone isolato, e un giro per il dedalo di bancarelle del mercato Incas mi riportano alla realtà nativa del Perù, alla sua civiltà precolombiana, al suo folklore andino. Le sculture degli Incas sono davvero magiche, hanno qualcosa di cosmico, incidono nella pietra antichi segreti solari e stellari. I prodotti degli artigiani locali, ad uso dei non molti turisti, hanno colori sgargianti. Ma c’è un sottofondo di tristezza e di abbandono come in tutti i mercati indiani che ricordo, compresi quelli negli Stati Uniti. Compero pochissimo, come sempre. Per regalarla, una scacchiera i cui pezzi simulano due eserciti in lotta, quello dei Conquistadores e quello dei re Incas.
Io me ne starei così, da solo, in giro, con il fido Julio che insiste persino per portarmi la borsa con i miei pochi acquisti. Ma ci sono impegni che vanno rispettati. La Fiera del libro con i suoi padiglioni freddissimi, le chiacchiere di cortesia con i colleghi, le conferenze da tenere, i ricevimenti in ambasciata, i rappresentanti della comunità italiana e i loro inviti. Conosco la mia riprovevole mancanza di socievolezza. Devo vincerla. La sera, sono in teatro a ascoltare una simpatica sciantosa che canta canzoni italiane. I nostri immigrati, ingegneri, costruttori, uomini d’affari, liguri in massima parte, cantano in coro con lei. Poi la sciantosa, con una mossa tipica, scende dal palco e invita a ballare qualche signore della prima fila. L’ambasciatore cortesemente, diplomaticamente, si nega. Io non ho ruoli da rispettare e non so mai dire no a una signora. Ballo con lei sulle note di un antico motivo napoletano: «T’aggio voluto bene a te / tu m’hai voluto bene a me», uno struggente e anche un po’ ridicolo valzerino.
Alla fine della serata, ricevo il complimento velenoso di una ingioiellata signora dell’alta società locale: «Non so se ho apprezzato di più le sue parole del pomeriggio o il suo ballo di questa sera». E mi viene il dubbio di aver tenuto una conferenza davvero scialba e sfiatata. Il direttore della scuola italiana di Lima è un napoletano espansivo ed energico, grande organizzatore, sapiente mediatore tra culture diverse.
IL MIRAGGIO DEL PISCO SOUR
I maestri e i professori statali in Perù guadagnano l’equivalente di 150 euro mensili, e un loro sciopero ha appena tenuto in scacco tutto il Paese. Gli insegnanti della scuola italiana hanno uno stipendio di 900 euro. Una cifra con la quale a Lima puoi vivere in una villa sontuosa e circondarti di servitù.
Quando mancano solo due sere al ritorno in Italia, ho fatto il pieno di pisco sour ma non ho ancora assaggiato il ceviche, un piatto di carne o pesce marinato tipicamente peruviano che non posso lasciarmi scappare. Ma come rifiutare l’invito del direttore a casa sua, dove la moglie dà una cena per tutti gli invitati italiani alla Fiera del libro? E lì il menu è rigorosamente partenopeo. Mozzarelle, maccheroni, melanzane, maiale, e naturalmente babà al rum.
Ma il bello viene la sera dopo. Ero sicuro di poter sgattaiolare e andare a cena in un ristorante di mia scelta, e da solo. Molti si stupiranno, ma a me piace cenare da solo, e tanto più quanto più lontano sono da casa. Pregustavo il mio ambìto ceviche. Invece il direttore mi ha convinto con la sua esuberante gentilezza a seguirlo a una cena di italiani che avevano piacere di conoscermi. Mi sono arreso docilmente e ci siamo arrampicati per alture desertiche intorno alla città in uno spettrale quartiere residenziale dove abbiamo dovuto varcare ben quattro cancelli presidiati da guardie armate. Mai visto un lusso, relativo alla fine, così bisognoso di protezione. Ci aspettava una coppia di simpatici signori, sardi - i liguri sono restii a invitare, dovunque al mondo -, due professori, lui esile e riservato, lei estroversa e vitale. La villa era gradevole, la domestica una ragazza di campagna che si era stupita la prima volta che la padrona le aveva dato un uovo da mangiare, «tutto intero per me?» aveva chiesto incredula.
Bella musica, una tavola ben apparecchiata. E il menu, questa volta, era rigorosamente, filologicamente sardo. Bottarga, malloreddus, e il porchetto arrostito. Deliziosi a Villasimius, indigesti in Perù. Ma fu la giusta punizione, in fondo. Un vecchio scrittore europeo dovrebbe viaggiare con altri fini che il provare piatti locali. O no?
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