Facciamo giustizia: un vero cambiamento serve da vent’anni

Parlano come se la Giustizia fosse solo un pallino di Berlusconi anziché essere, com'è, un nodo che angustia il Paese da decenni, una zeppa sulla strada di uno sviluppo pieno, un soccorso che non c'è, una fiducia che manca. Parlano come se la Giustizia italiana non facesse sommariamente schifo, come se un innocente incarcerato ingiustamente non fosse la più cocente sconfitta di uno Stato liberale. Compiranno vent'anni, l'anno prossimo, il celeberrimo codice Vassalli-Pisapia e con esso i muri che si proponeva di superare: la terzietà del giudice, la pari dignità giuridica tra avvocato e pubblico ministero, il carcere come extrema ratio, le indagini che dovevano restare segrete, il processo che doveva essere pubblico, il rito accusatorio che doveva scacciare l'inquisitorio, la prova che doveva formarsi rigorosamente in aula: queste cose. E se siamo ancora qui a invocarle, dopo vent'anni, pare evidente che qualcosa non ha funzionato: non il Codice, subito stravolto dalla stagione di Mani pulite, e non i tentativi di correttivi, le varie leggine, decretini, riformine. L'unico intervento che ha inciso per davvero resta quello scaturito dalla famigerata «Bozza Boato» nel biennio 1997-98, quando la Commissione bicamerale riuscì a riformare la seconda parte della Costituzione e a varare il nuovo articolo 513: si vietava di utilizzare i verbali d'interrogatorio, ottenuti dal pm durante le indagini preliminari, che l'indagato non confermasse in aula; prima di questa elementare riforma all'inglese, per capirci, un imputato poteva denunciare un altro cittadino, patteggiare una pena simbolica e poi uscire dal processo senza neanche presentarsi in aula, senza cioè mai confrontarsi con la persona che aveva accusato. In tutta la prima parte di Mani pulite bastava che l'accusa rileggesse in aula i verbali strappati in carcere perché diventassero delle prove. Ma il caso dell'articolo 513 è rimasto isolato: ogni successiva velleità di riforma si è regolarmente schiantata contro la magistratura stessa, prima che altro.
Siamo al problema. Giurisprudenza in puro caucciù, interpretazioni di legge, Cassazione a sezioni riunite, Corte costituzionale: non c'è organismo o procedura che non abbia svuotato ogni buona o cattiva intenzione. Da vent'anni, per farla breve, si insegue non tanto una nuova riforma della giustizia, ma una riforma che renda inequivoca l'applicazione della vecchia. E, visti i risultati, non c'è ministro della Giustizia che non abbia preventivato una separazione delle carriere dei magistrati o qualcosa di simile: il tutto per concludere, ogni volta, che la cosa non si può fare senza cambiare la Costituzione. È l'obiettivo rilanciato da Berlusconi: «Pericolo per la democrazia» hanno subito commentato nel Pd e su Repubblica. Non è chiaro che pericolo sarebbe, visto che la procedura per cambiare la carta fondamentale è tra le più democratiche e prudenti possibili: quattro votazioni tra Camera e Senato, lunghi intervalli tra un voto e l'altro e infine un eventuale referendum confermativo.
Certo, lo scenario resta quello che è. Il Paese è diviso, o lo sembra. Berlusconi ha preannunciato di voler cambiare la Costituzione (operazione che per definizione abbisognerebbe del più ampio consenso) e lo ha fatto nello stesso giorno in cui archiviava il dialogo con l'opposizione. E la stessa opposizione, però, seguitava a ostentare una disposizione al dialogo che era e resta perlopiù di facciata: nei fatti, il Partito democratico non ha nessuna riforma della giustizia da opporre a quella berlusconiana. Ecco perché, in mancanza di una posizione, resta stagliata solo quella espressa su Repubblica dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati: «La separazione non risolve i problemi», «il Cavaliere vuol controllare i pm», «la parità tra pm e giudici c'è già». Fine dei problemi.
Eppure la morale, una volta tanto, parrebbe semplice: chi nega che la giustizia corrisponda a un'emergenza, nell'Italia di oggi, o è in malafede oppure è Di Pietro. Normale che vada, è un magistrato: a nessuno piace perdere potere e privilegi. Resta il fatto che il governo ha i numeri e la determinazione per fare una riforma vera: la sinistra, ergo, può scegliere se stare a guardare o se arrendersi definitivamente a un ruolo di forza conservatrice. Faccia la sua scelta.