Facciamo una tregua Quella parola è troppo inflazionata

Ammoniva lo scrittore Giorgio Manganelli: «Il cuore è l'organo più difficile da tenere in mano». Cuore fa rima con amore, non solo nelle canzoni: dovrebbe valere la stessa regola. Macché. Per citare un film di Mimmo Calopresti, che a sua volta citava un verso di Marguerite Duras, La parola amore esiste. Ma, vi prego, toglietela per un po' dai titoli. Non se ne può proprio più. Una sbornia amorosa sembra avere rincitrullito la fantasia di cineasti, produttori e distributori italiani. Come un grimaldello facile all'uso, la magica parolina rimbomba associata nei modi più diversi nei titoli di tanti film recenti. Sembra che funzioni al botteghino, specie sul versante femminile, ramo adolescenti e non solo. Però che mancanza di fantasia, di immaginazione.
Non c'è neanche bisogno di digitare la parola su qualche motore di ricerca. Basta fare mente locale e viene giù una pioggia di titoli alla rinfusa, solo per restare all'Italia degli anni recenti: Scusa ma ti chiamo amore di Federico Moccia, L'amore ai tempi del colera dell'inglese Mike Newell ma con la nostra Giovanna Mezzogiorno invecchiata a vista, Manuale d'amore 1 e 2 di Giovanni Veronesi, Arrivederci amore, ciao di Michele Soavi, Primo amore di Matteo Garrone, L'amore ritrovato di Carlo Mazzacurati. E poi: Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, Nel mio amore di Susanna Tamaro, Le conseguenze dell'amore di Paolo Sorrentino, Tutto l'amore che c'è di Sergio Rubini, L'amore è eterno finché dura di Carlo Verdone (di sicuro il più azzeccato, nel suo ironico pessimismo). E che dire di Amatemi di Renato De Maria, dove l'invocazione segnalava un bisogno compulsivo e un disegno di vita?
«Amore è una parola piena e un guscio vuoto. Però ha un suo bel suono sui titoli dei film, evoca e promette, rassicura e intenerisce. Tutto è amore oggi. Guai a parlare di lavoro invece: un termine bandito dal creato», ironizza la scrittrice e giornalista Letizia Muratori. In effetti, l'amore si presta ad essere declinato nei modi più diversi. Meglio se passionale e tormentato, ma anche omosessuale, masochistico, traditore, lussurioso, platonico, senile, rinviato. Anche imperfetto: non per niente il bel libro di Camilla Baresani L'imperfezione dell'amore fu opzionato da Raicinema per un film che poi non si fece. Ma non si sa mai, con quel titolo...
Qualche giorno fa, a una tavola rotonda milanese sul tema Il cinema italiano oggi, l'ispido Davide Ferrario, quello di Guardami, è sbottato così, confortato da Salvatores. «Basta. L'amore borghese pare essere il solo ad avere diritto di esistere al cinema. Invece non è che un frammento della realtà. Quello che prevale al cinema è un equivoco ideologico». Chissà se è così. Di sicuro, un riflesso iper romantico è tornato a guidare le storie dei nostri sceneggiatori. Sicché, fatti uscire dalla porta, gli sguardi da fidanzatini di Peynet e i bigliettini da Baci Perugina rientrano dalla finestra, con toni diversi, aggiornati ai tempi voraci e veloci, magari con una punta di maledettismo estetizzante e citazionista. Del resto, Parlami d'amore all'inizio doveva chiamarsi La stanza è calda. Se l'hanno cambiato un motivo ci sarà, no?