Facciamogli capire che si dice Totti non Tottì

Mastroianni incarna l’italiano che ogni francese vorrebbe essere

Stenio Solinas

La tentazione, lo si capisce dalla citazione in exergo, è quella di «volare alto» come direbbe il professor Lucio Flauto Mirabella di Meno siamo meglio stiamo, il varietà di Arbore che la Rai sta in questi giorni rimandando in onda. Il fatto è che ogni qualvolta Italia e Francia si incontrano, a pallone, a tavola, al cinema, in libreria, la retorica è in agguato. Sarà il peso della storia, sarà la storia delle «sorelle latine», sarà che ciascuna presta all'altra le proprie aspettative e i propri desideri, sta di fatto che la relazione è sempre un po' artificiosa: ci sorridiamo ma ci prenderemmo volentieri anche a schiaffi, ci denigriamo ma sempre con un pizzico di invidia, ci elogiamo ma non senza una punta di disprezzo. «Maestro, sono venuto da voi perché vi ammiro» dirà nel dopoguerra quella lenza di Indro Montanelli a Sacha Guitry, mostro sacro del teatro parigino in disgrazia per collaborazionismo. «Anch’io» è la placida risposta. Probabilmente è colpa delle lingue: il francese scolpisce le parole, le leviga e le riconsegna come protette da un’aura di grandezza, pronte per essere incise, e la mancanza di accento tonico dà al tutto un ritmo squillante, laddove l’italiano è un saliscendi di toni e di note, manco fosse il suono di un violino. Soltanto a uno scrittore francese può venire in mente di intitolare un romanzo «Bonjour tristesse», come farà Françoise Sagan nel 1954. Soltanto a uno scrittore italiano può venire in mente di ribattezzarlo «Bonjour stronzesse», come farà Ennio Flaiano poco dopo.
All’inizio del Novecento Benedetto Croce sconsigliava Laterza di tradurre libri dal francese. Che senso aveva, visto che gli italiani interessati potevano benissimo leggerli in originale? Parigi era la capitale della cultura e vi si andava come in pellegrinaggio. In Italia il romanzo dell’Ottocento è francese ed è nella traduzione francese che impariamo a conoscere i grandi scrittori russi. Per lanciare il Manifesto del futurismo Marinetti sceglie Le Figaro, La Voce di Prezzolini si rifà all’insegnanento di Romain Rolland, l’ermetismo ha per numi tutelari Rimbaud e Mallarmé, in pittura Soffici scopre uno sconosciuto Picasso. È oltralpe che d’Annunzio va «in esilio» per sfuggire ai creditori e compone «Le martir de Saint-Sébastien», è in francese che Malaparte scrive il suo «Tecnique d’un coup d’Etat» e lo pubblica per Grasset, è a Parigi che si «esilia» nel secondo dopoguerra per sfuggire ai comunisti. La prima frase che Alberto Moravia bambino ricorda di aver pronunciato è «je m’ennuie», mi annoio. «Gli indifferenti» è del 1929, dieci annni in anticipo sull’esistenzialismo di Sartre.
In «Un’amicizia difficile», un libro-intervista di qualche anno fa con Gilles Martinet, che fu ambasciatore in Italia a metà degli anni Ottanta, Sergio Romano ha ricordato con malinconia di «appartenere a una generazione che ha imparato il francese prima dell’inglese e che ha visitato Parigi prima di Londra». Tra la sua generazione e la mia passa un ventennio, ma ancora negli anni Cinquanta un ragazzino perbene studiava francese e non inglese e godeva di un credito tutto particolare se la sua platonica fidanzatina andava a scuola allo Chateaubriand... Erano gli ultimi fuochi di un gigantesco e plurisecolare incendio intellettuale e il Joli Mai del ’68 ne fu in fondo l’apoteosi, l’idea che la politica, l’arte e la bellezza vivessero ancora lì, fra la Sorbona e la Senna, parlassero ancora quella lingua, che nessuna contestazione guidata oltreoceano da Joan Baez o da Jane Fonda potesse comunque avere la meglio sulla patria di Brigitte Bardot... Oggi, come ha notato poco tempo fa Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante, da noi bisognerebbe tutelare il francese come si fa con i panda: non è più di moda, non fa più tendenza, e del resto nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo. È out, per dirla, purtroppo, in inglese.
All’ultimo Festival di Cannes è stato presentato fuori concorso un documentario su Marcello Mastroianni. La passione transalpina per questo attore baciato dalle donne, dalla fama e dal successo è nota, favorita anche dal fatto di essere stato il compagno di una delle attrici più amate di Francia, Catherine Deneuve, di aver avuto da lei una figlia, Chiara, nata a Parigi, di aver vissuto in questa città e di esserci morto, nel dicembre di dieci anni fa. Ma c’è un altro elemento più sotterraneo e psicologico che varrebbe la pena sottolineare, e che fa un po’ da contraltare a quanto detto finora, ovvero alla fascinazione degli italiani per la Francia: perché in effetti Mastroianni incarna l’italiano che i francesi vorrebbero essere. Naturalmente elegante, seduttore suo malgrado, bon vivant senza eccessi, per nulla competitivo in quanto conscio del proprio valore, indolente per autodifesa, innamorato della vita. È questa immagine che spiega anche la passione italiana che essi nutrono, passione che spesso ci sembra incomprensibile e comunque immeritata: ci vorrebbero come lui, si illudono che siamo come lui, non rinunciano all’idea che, volendo, saremmo come lui. E per questo ci invidiano. Poco importa se l’immagine sia vera o falsa, a loro appare verosimile e si accompagna con il corteo dei vestiti ben tagliati e ancor meglio indossati, dell’arte di vivere e delle città d’arte...
È anche questa, come dire, distonia fra come ci sente, come ci si vede, come si è visti e come si vorrebbe essere visti che spiega l’artificiosa retorica tra noi e loro da cui siamo partiti. Senza stare qui a fare un bignamino di storia moderna, la Francia giudica trascurabile il nostro essere nazione: avete tutto, vien loro voglia di dirci, sole, mare, Monica Bellucci e monumenti a bizzeffe, siete simpatici, sapete godervi l’esistenza, perché vi ostinate a volere anche un governo? Quanto all’Italia, tutto quel roteare di erre al servizio di una grandeur che non esiste più, tutto quel sussiego da madre-padre putativo o da sorella-fratello maggiore oltre ad essere irritante è anche un po’ ridicolo.
In «Entre nous», un delizioso libretto edito da Sellerio che racconta un secolo di frequentazioni fra noi e loro, Daria Galateria, francesista e ambasciatrice dell’intelligenza italiana a Parigi, ricorda quando André Gide manifestò a un giovanissimo Raffaele La Capria la sua ammirazione per «Cassiopolì». Cassiopolì? Chi era costui? Poi venne l’illuminazione: ma certo, il professor Caccioppoli, genio matematico e nipote di Bakunin, intellettuale affascinante e maledetto. Qualche tempo dopo, sul traghetto per Capri, La Capria vide Caccioppoli, si fece coraggio e gli raccontò l’ammirazione gidiana «per Cassiopolì». Il matematico, che se ne stava sdraiato su una panchina del ponte, sollevò la testa e commentò: «Questi francesi, non sanno mai pronunciare un nome italiano giusto». Poi richiuse di nuovo gli occhi.
Questa sera fra Cannavarò, Tottì, Grassò, Materassì, Tonì e Gilardinò, avranno solo l’imbarazzo della scelta...