«Faccio un film a basso costo: basta non chiamare le star»

Roma«Avevo voglia di fare un film d'esordio». Sorride sotto i baffi Alessandro D'Alatri, classe 1955, sei titoli nel medagliere. In attesa di pilotare la giuria del secondo Fiuggi Family Festival, a fine luglio, sta finendo di preparare il suo settimo film, autoprodotto con la società Buddy Gang. Basso budget (sotto i 700mila euro), troupe ridotta all'osso, attori sconosciuti, riprese in digitale. Si chiama Sul mare, è tratto dal quasi omonimo romanzo In bilico sul mare di Anna Pavignano. Una struggente storia d'amore tra ventenni che si srotola sull'isola di Ventotene.
Anticipa al Giornale D'Alatri: «Lui è Salvatore, un barcaiolo che conduce una vita con un lato estivo e uno invernale, come i materassi. D'estate porta in giro i turisti, d'inverno lavora in un cantiere, dove la morte è in agguato. Lei è Claudia, una studentessa di Genova, borghese, elegante, emancipata, arrivata lì per fare immersioni subacquee». Si incontrano, si piacciono, si amano, ma poi... Primo ciak ai primi di settembre. «Non vedo l'ora di partire», confessa D'Alatri, con l'entusiasmo del debuttante: «Il tema centrale è il senso di inadeguatezza che sento in giro e corrode i rapporti. Le classi sociali stanno nuovamente divaricandosi, quasi fossero caste. Perché dev'essere impossibile una storia d'amore tra questi due ragazzi? Indago e racconto».
Capita anche a Hollywood che registi di rango, da Soderbergh a Raimi, riscoprano il «low budget»: per sperimentare, rigenerarsi, sottrarsi alla tirannia delle major. «La vera forza del basso costo è la libertà espressiva», insiste D'Alatri. «Qui in Italia facciamo un cinema spesso faraonico nell'impianto e deludente nei risultati. Vengo da un film di Natale, Commediasexi, costato 5 milioni di euro, con volti noti, realizzato dentro una logica commerciale, anche riuscito credo. Ma avevo voglia di giocare, di sentirmi leggero, libero da troupe affollate e tegole sindacali, all'insegna di una flessibilità anche creativa». Il regista fa un esempio. «Se vedo un bel tramonto e non ce l'ho nel piano di lavorazione, voglio fermarmi lo stesso a riprenderlo. C'è un film, Un altro pianeta di Stefano Tummolini, che è costato meno di 100mila euro e l'ha voluto Redford al suo festival, il Sundance. Ce n'è un altro, Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio, che è costato 400mila euro e ha incassato 2 milioni. Sono indicazioni da tenere d'occhio. Poi, d'accordo, se voglio fare Apocalypse Now, ho bisogno di altri mezzi».
Il regista non ha ancora scelto i due protagonisti. «Sto facendo provini su provini. Lui forse l'ho trovato, si chiama Ciro, vive proprio a Ventotene. Chi mi conosce sa che amo rischiare. Sabrina Ferilli in Americano rosso, Kim Rossi Stuart in Senza pelle, Fabio Volo in Casomai, Paolo Bonolis in Commediasexi... Pochi miei colleghi avrebbero puntato su di loro. Ma con Sul mare cambio musica, voglio tirarmi completamente fuori dal ricatto di quei dieci nomi famosi che alzano i costi in modo immorale e rendono il nostro cinema sempre uguale a se stesso. Vede, sono tre - vale anche per i film - i grandi difetti di questo Paese: omissione, semplificazione, omologazione». A unire le iniziali, curiosamente suona «o.s.o.»... «Già, proprio ciò che bisognerebbe fare: osare. Il che significa uscire dal meccanismo perverso dello Stato finanziatore. I film bisogna girarli con capitali privati, a patto di garantire una detassazione totale degli investimenti, un tax shelter vero».
Un piccolo azzardo, per lui che viene da sinistra, è anche partecipare al molto cattolico Fiuggi Family Festival nel ruolo che fu l'anno scorso di Pupi Avati. «Nessun problema, ho accettato volentieri perché essere parte di una famiglia è difficile e affascinante insieme. Non è come guidare una macchina. Devi prendere la patente ogni giorno. Genitori e figli. Ci vuole una grande capacità di equilibrio, anche perché la società non ti aiuta. La normativa non è solo insufficiente: in molti casi è decisamente contro la famiglia». Padre di due figlie, il regista aggiunge: «Considero pericolose le chiusure. Il dialogo fra le generazioni è necessario, anzi inevitabile. Riceviamo mille sollecitazioni, il mondo si evolve a velocità folli. Mio nonno usava ancora l'aratro di legno. Noi invece viviamo nel web 2.0. Per mantenere vivo il dialogo famigliare bisogna tenere aperte le porte e le finestre. Chiudersi al mondo non serve, sbranarsi tra laici e cattolici neppure». Già.