«Faccio l’agricoltore per dimenticare l’accusa di mafia»

«Un mese prima di morire, Craxi mi disse: “Forza Italia è la via per i socialisti”»

Giancarlo Perna

Partito all’alba da Palermo per partecipare a Roma al simposio forzista di arrivederci e buone vacanze celebrato dal Cav, Francesco Musotto ricava un buco per stare col vostro cronista a un tavolino di bar. Poi torna a Palermo, spiccia un paio di pratiche alla Provincia di cui è presidente e nel pomeriggio riparte per l'europarlamento. Nuova tappa a Roma, volo per Lione e aereo per Strasburgo. Tra annessi e connessi, un'altra scarpinata di 12 ore.
Uno con una vita così, lo immaginerete nevrotico e secco come un chiodo. Musotto è invece un imponente signore di 58 anni con un placido viso che rispecchia il suo cognome. Ha una rosea boccuccia da neonato incorniciata da baffetti terzo Reich, un ovale che tende al cerchio e un autorevole doppio mento. Mi saluta con calore, come se nel conoscermi colmasse una lacuna, e siede.
«Viaggia a ritmi da astronauta», dico.
«E dire che detesto spostarmi. Per questo avevo scelto di fare l'avvocato e non il deputato com'è tradizione di famiglia», dice e si assesta gli occhiali tondi senza montatura.
«I Musotto sono una dinastia politica?», chiedo.
«Capostipite è mio nonno, Francesco, che era deputato già nel '24. Sulla Navicella di allora il suo nome precedeva quello di Benito Mussolini. Come oggi il mio, nell'elenco dei deputati Ue, precede quello di Alessandra Mussolini», ride allegro Musotto e agita le sue straordinarie sopracciglia di cui ho dimenticato di dire: due spazzole nere da guardaboschi moldavo dotate di vita propria.
«Diceva del nonno».
«Nel '46 è stato costituente, poi deputato del Psi. Morto lui gli è subentrato mio padre, Giovanni, sempre col Psi», dice.
«Invece lei, socialista di fede, ma avvocato di mestiere».
«Penalista dal '70 al '95. Studio avviatissimo e tendenze di sinistra estrema. Legale di brigatisti come Curcio e Vesce. Gratuito patrocinio a molti sindacalisti. Difensore di mafiosi», elenca.
«Accusato di mafiosità a sua volta e sbattuto per mesi in carcere preventivo», metto il dito sulla piaga.
«In seguito alla sventura del '95 ho chiuso lo studio e smesso di fare l'avvocato. Ho ricominciato da zero», dice Musotto sempre di buonumore.
«Cioè?»
«Mi sono dedicato agli aranceti di famiglia. Ho preso, con 50/60, il diploma di agrotecnico all'Istituto agrario di Castelbuono e ho trasferito la partita iva da avvocato a agrumicoltore».
«Poi è stato assolto in tutti i gradi di giudizio dall'accusa di associazione mafiosa... ».
«Non associato, ma mafioso mafioso mi dicevano. Sono stato all'Ucciardone e al Pagliarelli, i due carceri di Palermo, facendo il detenuto con curiosità intellettuale, mai con mestizia», dice allegro. Come faccia, non lo so.
«Assolto e rieletto a furor di popolo alla presidenza della Provincia abbandonata per la falsa accusa. I pm che l'hanno trascinata nel fango si sono trascinati da lei in ginocchio per scusarsi?», mi informo.
«Nessuno mi ha chiesto scusa. Né io lo pretendo. Sono uomo delle istituzioni, mi basta l'assoluzione. La mia storia è tutta da scrivere, ma è presto».
«Vittima di un intrigo?».
«Certo. Ma taccio finché non ho la prova. Giorno verrà».
«Ha avuto un corposo risarcimento per la galera ingiusta?».
«Un cifra irrisoria paragonata al danno, né ancora riscossa».
«È difficile essere siciliani?».
«Impossibile. Quando uno emerge dall'anonimato si deve aspettare qualcosa di negativo. La Sicilia è tragedia, con corredo di difficoltà, invidie, rancori».
«Vi fate le scarpe tra voi siciliani?», chiedo. Ma so già che è così e non ho mai capito perché.
«Sì. Per questa ragione i magistrati non siciliani, di fronte ai pentiti, prendono fischi per fiaschi. Ci vuole un siciliano per capire se l'accusa è vera o fasulla. Siamo contorti per natura e andiamo interpretati», sorride.
«Sembra compiaciuto».
«Io con un inglese o un fiammingo ci sto perfetto. Ma torno siciliano in Sicilia dove la strada più breve tra due punti non è la retta, ma il triangolo, lo sghimbescio, l'arzigogolo. Siamo così allenati alla complicazione, che fuori dell'isola ci sembra tutto facilissimo», e ride soddisfatto di essere sicilianamente iperdotato.
Come si trova in Fi? C'era stata maretta. Tornato l'idillio?
«Col Cav c'è sempre e solo idillio. Più dialettico il rapporto con Gianfranco Miccichè, il fondatore di Fi siciliana. Ma siamo molto legati. Chiese a me tra i primi, nel '93, di aderire a Fi».
Miccichè le promise anni fa la poltrona di sindaco di Palermo, poi non la candidò. Lei si presentò con una sua lista concorrente.
«Mi chiarii con Berlusconi sull'aereo Bruxelles-Roma. Nessuno mi aveva spiegato l'accantonamento, dissi, e io non mi tiravo indietro. Perché? Per dignità. La dignità, aggiunsi, è per noi un alto valore. Lui ci capì poco e io conclusi: “Tu sei di Arcore, io siciliano”».
Da solo prese il 18,5 per cento dei voti. Un'enormità. Una lezione a Miccichè?
«Eh, sì. Fui il secondo partito dopo Fi. Volevo sentire il polso della mia città. Io mi ritengo il più profondo conoscitore della realtà siciliana per averla vista da deputato regionale, avvocato e anche da detenuto».
La chiamano «cavallo pazzo» per le impennate.
«Mi lascio prendere dal carattere. Ma come dice Edith Piaf: Je ne regrette rien. Sono contento e in pace con me stesso».
Si ricandiderà sindaco alle prossime elezioni?
«Esperienza già fatta. Non mi interessa fare il sindaco».
Anche in Sicilia, Fi va maluccio.
«Sono molto preoccupato per il futuro. Fi andrebbe riorganizzata. Bisogna coinvolgere di più, ritrovare l'entusiasmo di prima. Ma le cose in Sicilia vanno meglio che altrove».
Miccichè ha passato la mano di coordinatore. Ha fatto il suo tempo?
«Non ha né passato la mano, né fatto il suo tempo. Anzi, ha più mano di prima».
Allora che ci fa il nuovo coordinatore, Angelino Alfano?
«Sta cominciando. È giovane. Ha alte qualità, potenzialità, un futuro luminoso. Ma ha 34 anni».
L'uomo nuovo in Sicilia è l'ex Udc Raffaele Lombardo.
«Be’, nuovissimo non è. Ha grande sensibilità politica, ma il suo progetto di Udc siciliana ha contorni un po' vaghi. Per avere futuro, va meglio definito».
Il presidente della Regione, l'Udc, Totò Cuffaro stretto tra Follini e Lombardo...
«Stretto da Lombardo? Macché. Non c'è differenziazione tra Cuffaro e Lombardo. Stanno sempre insieme».
... Cuffaro è anche indagato. Insomma, è alla frutta?
«Quando mai! È il più forte candidato della Cdl alle prossime elezioni regionali».
Lei, ex socialista...
«E lo sono tuttavia!».
... perché ha scelto Fi?
«Era la più vicina a noi. Un mese prima che morisse, andai da Craxi in Tunisia. Condivise pienamente la scelta di Fi, mia e di altri compagni, dicendo: “È l'unica che potevate fare da socialisti. Rifare il Psi, è difficile”».
Bobo Craxi esce dall’alleanza con Fi. Stefania Craxi entra.
«Non capisco perché Bobo esca. Con Stefania concordiamo che Fi sia il solo movimento in cui un psi può riconoscersi».
Si considera un Fi definitivo o di passaggio?
«Alla mia età si cerca stabilità. Ma, nella vita, mai dire mai».
Che pensa del Cav?
«Non sono uno della sua corte, ma lo considero fattivo e umanamente ricchissimo».
Come politico?
«Ha dovuto imparare. Oggi possiamo dire che è un grande politico. È una persona intelligente che studia e lavora».
Lei è per una Fi siciliana alla Miccichè o per il partito unico vaticinato dal Cav?
«Sono per il partito unico al più presto. Mi piacerebbe però un tocco di sicilianità, tipo Csu bavarese».
Un partito del Sud?
«Assolutamente no. Giusto un segno di distinzione».
Negli anni '90 sono stati processati in Sicilia, Andreotti, Mannino, Musotto, Carnevale, ecc., assolti. Stagione di veleni o di moralità?
«Stagione di veleni. Non sono emerse immoralità da correggere. Solo calvari personali».
Tutti i processi portano la firma del procuratore Caselli. Un nome da Albo d'oro o da dimenticare?
«Un uomo da studiare per capire quale ruolo abbia ricoperto».
La sinistra dice che la Cdl ha abbassato la guardia antimafiosa.
«Falso. È stata la Cdl a stabilizzare il 41 bis, il carcere duro dei boss».
La sinistra siciliana è più pulita della destra?
«La moralità politica in Sicilia è eguale dappertutto, non so se mi spiego. Ciò che conta è la capacità di generare sviluppo. Con me, la Provincia di Palermo ha impegnato il 97 per cento dei fondi. Questa è una soddisfazione».
Da Strasburgo che impressione fa l'Italia del Cav?
«Non è molto conosciuta. L'Italia dovrebbe essere più presente e credere di più nell’Ue».
Una buona ragione per votare Cdl nel 2006?
«La principale è che la Cdl si ispira alle libertà individuali. Gli altri invece sono pronti a sacrificarle a una visione statalista dell'economia e gerarchica della società. La sinistra preferisce garantire i giudici, anziché i cittadini dai giudici».
L'avversario ideale del Cav nel 2006?
«Prodi, uno che si può battere. Il Cav attira molto di più».
Altri cinque anni di leadership del Cav, lei li regge o si spara?
«Me li strauguro. Ha grandissima fantasia e se ne esce sempre con qualcosa di nuovo».