«Faccio rivivere col digitale il colosso che unì la nazione»

Il regista Renzo Martinelli parla del film, ora in sala di montaggio, sul grande campione di pugilato. La pellicola sarà nelle sale in autunno e nel 2008 diventerà una miniserie di Canale 5

da Milano

«In Italia non si sa più fare cinema epico, manca la capacità di pensarlo. Realizzare una storia epica richiederebbe un'attenzione verso la tecnologia che il nostro cinema d'autore, incurabilmente snob, non intende avere». E poi: «Il cinema è un'industria, e io che sono un cineasta, devo essere un imprenditore: il mio compito è di cercare soldi e di produrre qualcosa che porti un guadagno. Inutile dire che non chiedo un euro allo Stato: quando si ha un progetto, il denaro va trovato nel privato. Dopo di che, ciò che si è realizzato va venduto sul mercato mondiale, prima in sala, poi in dvd, poi in pay tv. Ecco perché i film vanno girati in inglese». Ascolti Renzo Martinelli e non ci metti molto a capire perché questo regista brianzolo (è di Cesano Maderno), appassionato di storie scomode ed effetti speciali, è più o meno un ufo nel panorama cinematografico italiano.
La critica, se può, entra a piedi uniti sui suoi film; molti dei suoi colleghi lo guardano di sbieco; il pubblico esce dai suoi film con qualche dubbio e inquietudine in più sui grandi punti di domanda che costellano l’opaca storia d'Italia. Oggi, dopo aver fatto imbufalire i cultori delle immaginette della Resistenza con Porzus, aver raccontato la sua versione della tragedia del Vajont e dell'omicidio Moro, e aver fatto dire a uno dei protagonisti del suo «sconveniente» Il mercante di pietre - storia di jihad e attentati - che «non tutti gli islamici sono terroristi, ma quasi tutti i terroristi sono islamici», Renzo Martinelli punta la macchina da presa su un personaggio leggendario: Primo Carnera, il pugile colosso dell'era fascista, «la montagna che cammina» o - come punzecchiò il titolo di un vecchio film con Humphrey Bogart e Rod Steiger - «il colosso d'argilla». Per restare in metafora, il Primo Carnera di Martinelli è prossimo all'ultimo round: dopo le riprese in Romania, il regista è a Milano a cesellare i fotogrammi della sua storia «epica» con gli interventi digitali. «Molti, più di 600 inquadrature, oltre un terzo del film»: e mentre lo dice, gli occhi brillano di un entusiasmo che sa di Hollywood ma, anche e soprattutto, di casa nostra. «Carnera era un mio vecchio sogno. È uno di quegli eroi degli anni '30 che seppero unire la nazione. Con Nuvolari e la nazionale di calcio che vinse i due mondiali di fila, Carnera fu il simbolo degli anni che De Felice definì del consenso».
Anche con questi personaggi, come spiega Martinelli, si fa del «cinema epico». «Noi italiani restiamo provinciali - spiega - pensiamo che certi effetti speciali possano vivere solo nei film d'oltreoceano. Quando invece abbiamo capacità professionali straordinarie proprio qui, sotto casa». Difatti, per trasformare le riprese «romene», con poche comparse e scenografie accennate, nella sontuosa messa in scena del suo Primo Carnera (in arrivo con marchio Medusa nelle sale a settembre, destinato a farsi miniserie su Canale 5 nei mesi successivi), Martinelli non è volato a Los Angeles ma ha semplicemente preso il tram: è nel cuore della Chinatown milanese con il fido montatore Osvaldo Bargero, tra i computer d'ultimissima generazione della Edi Effetti Digitali di Pasquale Croce e Francesco Grisi, due «guru» dell'informatica che sembrano due rockstar degli anni '70. È qui che il Carnera di Martinelli (Andrea Iaia, 2 metri e 5 da far paura, due anni di scuola boxe per ottenere la parte) finisce magicamente trasportato nelle arene stipate di pubblico adorante: il Madison Square Garden di New York, la Sala Wagram di Parigi, la Royal Albert Hall di Londra. E non solo: nei filmati di repertorio il computer può sostituire al vero Carnera quello finto: da stropicciarsi gli occhi, quando il Carnera/Iaia scende gli scalini della chiesa di Sequals (Friuli) dove si è appena sposato (Anna Valle è la moglie) o, ricevuta un'onorificenza dal Duce, lo segue sul balcone di Palazzo Venezia. Sequenze che potrebbero essere inserite nel promo del film che Renzo Martinelli sta studiando per il Festival di Cannes: «Vogliamo sfruttare la platea di Cannes per anticipare al pubblico qualcosa del film». Il cineasta imprenditore non si ferma mai.
Ma il regista brianzolo è già pronto con due progetti che non mancheranno di sollevare polemiche: la battaglia di Legnano e il Barbarossa («il re sarà interpretato da Rutger Hauer, mi ha già dato l'ok, Alessandro Gassman farà Alberto da Giussano, il mio amico F. Murray Abraham farà il traditore Siniscalco Barozzi»), e la morte di Benito Mussolini. «La vera morte del Duce - specifica Martinelli -. Perché a ucciderlo furono i servizi segreti inglesi. Le testimonianze del comandante Valerio e dei comunisti fanno acqua da tutte le parti».