«Faccio solo i film di cui sono innamorato»

«Sono come un impotente che può fare l’amore soltanto con donne fatte su misura per lui»

Faceva solo film di cui era innamorato. Uno ogni otto o nove anni. Si spiega così la scarsa filmografia di Gillo Pontecorvo. E l’impegno sociale delle sue pellicole rifletteva il suo impegno politico, di militante schierato a sinistra.
«Sono come un impotente che può fare l’amore soltanto con donne che sono fatte su misura per lui», disse una volta a un intervistatore che gli chiedeva perché avesse girato così poco. La lista dei film che aveva rifiutato era lunga come un elenco telefonico, diceva scherzando. Per farne uno doveva crederci. E visto che per ogni film che faceva veniva pagato bene, si faceva bastare il compenso per dieci anni.
Viveva modestamente, assieme alla moglie insegnante di estetica musicale al conservatorio, ma gli piaceva essere libero. Più del cinema amava la musica (suonava il piano, però male, precisava). E se avesse potuto cambiare mestiere avrebbe fatto il compositore. Aveva scritto le colonne sonore di tutti i suoi documentari, ma anche di Kapò e della Battaglia di Algeri.
Sul set era esigentissimo. Quando girò Queimada con Marlon Brando una volta lo costrinse a ripetere una scena 41 volte. Alla fine Brando era furioso, e alla fine della lavorazione si lasciarono senza stringersi la mano. Più tardi Marlon Brando parlando di Pontecorvo dichiarò in un’intervista a Life: «Mi piacerebbe ammazzarlo». Ma anni dopo non mancò di dimostrargli la sua stima, chiedendo alla Columbia di ingaggiare il regista italiano per fare un film con lui.
Come dimostra La battaglia di Algeri, era ossessionato dalla guerra, e i suoi film sono fortemente antibellici. Nella sceneggiatura di un film che poi non si fece il protagonista pronunciava questa battuta: «L’incesto una volta era permesso, poi diventò un tabù. Perché anche la guerra non diventa un tabù?».
Venticinque anni dopo il suo capolavoro, tornò ad Algeri per girare un documentario per la televisione. Intervistò anche l’allora presidente Mohamed Boudiaf, assassinato un mese dopo, nel 1992, dai terroristi del Gia. Pontecorvo rimase impressionato da una sua frase: «Non so se riuscirò a finire il lavoro di rimettere in sesto l’Algeria. Ma anche se non ce la dovessi fare, il popolo, e soprattutto i giovani, lo faranno».