«Faccio lo spazzino gratis ma mi rifiutano»

Un mio collega un po’ trombone attribuiva a Kipling questa frase: «La grandezza dell’impero britannico consiste nel fatto che nel regno di sua maestà il postino è orgoglioso di fare il postino». Ignoro se l’autore del Libro della giungla l’abbia mai scritta o pronunciata. Quello che so con certezza, per averlo toccato con mano sette giorni fa, è che la grandezza dello Stato italiano consiste nel fatto che nella repubblica fondata sul lavoro (quello di calciatore o di velina, però) c’è ancora uno spazzino orgoglioso di fare lo spazzino. Si chiama Federico Bastianelli, ha 28 anni, è nato ad Ancona e vive a Falconara Marittima, dove lavora per la Cam (Consorzio azienda multiservizi), la municipalizzata preposta all’igiene ambientale. Un eroe dei nostri tempi, considerato che potrebbe ambire a un impiego adeguato al suo diploma di liceo scientifico. Per patrono s’è scelto San Precario: ha lavorato dal 1° giugno 2006 al 1° gennaio di quest’anno e subito dopo è stato riassunto con un altro contratto a termine che scadrà il 1° gennaio 2008. Per quella data Bastianelli non sogna d’aver trovato di meglio, bensì d’ottenere il posto fisso.
Nel frattempo s’è assicurato un posto nella cronaca, votandosi a fare il netturbino d’Italia. Nei giorni liberi il giovane anconetano si offre per andare a pulire gratis, a titolo personale e a proprie spese, le città del Belpaese. Senonché i sindaci delle «notti bianche», sempre pronti a concedere le piazze monumentali al primo rockettaro che ne faccia richiesta, manco si degnano di rispondere alla generosa offerta. L’aspetto sorprendente della faccenda è che Bastianelli non è molto diverso dai coetanei che cadono in deliquio per Vasco Rossi. Anzi. Capelli lunghi raccolti a codino, occhiali squadrati X-Ice di colore rosso («non mi faranno troppo Mughini?»), orecchino con brillante al lobo destro («regalo della maturità, ne avevo uno anche al sinistro, ma l’ho perso») e anellino che gli trapassa la sommità dello stesso padiglione auricolare («ricordo del primo stipendio»). Se gli chiedi il perché del piercing, ti risponde: «Forse perché in precedenza i miei me l’avevano proibito». Niente ragazza fissa. Come tanti trentenni d’oggi, vive ancora con i genitori – il padre lavora per il Fernet Branca e sta a Milano dal lunedì al venerdì, la madre è casalinga – e la sorella Gaia, laureata in economia e commercio, mentre il fratello gemello Lorenzo è andato ad abitare da poco con la fidanzata. Ammette che il lavoro di spazzino è consono al voto riportato all’esame di maturità, 36, «diciamo pure 35 con calcio nel sedere, non ero proprio portato per lo studio, anche se non mi hanno mai bocciato», e alle letture: «Repubblica, Gazzetta dello Sport, ma soprattutto Dylan Dog, Tex, Diabolik e Topolino, il migliore».
Durante gli studi lavorava?
«Solo una volta ho vendemmiato. Per il resto qui al mare i giovani preferiscono stare in spiaggia».
Prima assunzione?
«Operaio. Montavo tende da sole. Mi piaceva, ma poi ho litigato col titolare. Perciò sono finito in aeroporto, tra i facchini addetti ai bagagli».
Quelli che aprono le valigie.
«Qualcuno che allunga le mani c’è. Ma la maggioranza si fa il mazzo: due ore la mattina, quattro la sera, orari strambi, tanti sabati e domeniche».
Non faceva per lei.
«No. Mi sono trasferito alla ditta Oris, consegne di surgelati. Sarebbe stato anche un buon lavoro, ma dovevo caricarmi il camion a meno 20 gradi in cella frigorifera. E poi nel traffico c’era da diventar matti. In Italia non puoi sostare neanche un minuto».
Ha cambiato di nuovo.
«Sono andato in una fabbrica di materie plastiche che fa componenti per l’Audi, addetto allo stampaggio. Ci tengo a precisare che me ne sono sempre andato di mia volontà, nessuno mi ha mai licenziato».
Alla Cam come c’è arrivato?
«Per concorso. Prova pratica a chi scopa più veloce».
Figurarsi le ironie degli amici.
«Già. Un’ottantina di concorrenti. Piazza Mazzini divisa in tre corsie. Ogni corsia era cosparsa di foglie, contate e pesate: 3 chili di roba. Si parte da seduti, avendo guanti e mascherina sulla destra e ramazza e paletta sulla sinistra. Al via bisogna raccogliere le foglie il più in fretta possibile, buttarle nella pattumiera e poi tornare a sedersi».
Tempo?
«Due minuti e 14 secondi. Sembrava di stare a Giochi senza frontiere. Il primo mi ha fregato di tre-quattro secondi perché era allenato. Mi sono piazzato secondo».
Quante foglie ha lasciato per terra?
«Circa 60 grammi».
Il netturbino è considerato un paria di questa società.
«Forse ai tempi di Alberto Sordi, che preferiva rimanere disoccupato, perché “o vigile urbano o niente”. Ma oggi è un posto invidiato. Il turno dura solo sei ore, quindi ti permette il doppio lavoro».
S’offende se la chiamano spazzino?
«No, assolutamente».
Chissà perché la burocrazia vi ha promossi operatori ecologici, allora.
«Mode linguistiche. Operatore ecologico mi fa ridere».
Come le è venuta l’idea di trasformarsi in spazzino volontario?
«Mentre lavoravo in piazza Mazzini, l’isola pedonale di Falconara, mi sono detto: con tutte le piazze meravigliose che abbiamo in Italia, sarebbe bello poterne pulire qualcuna. Tornato a casa, ho scritto al Comune di Venezia. Dopo due mesi mi ha chiamato la segreteria dell’assessore all’ambiente, Pierantonio Belcaro, chiedendomi se ero davvero disposto a pulire gratuitamente piazza San Marco. Temevano che fossi un rappresentante che voleva vendergli detergenti chimici. Dopo qualche giorno mi hanno fissato la data: 6 gennaio. Mi sono preso le ferie e sono andato».
Completamente a sue spese.
«Certo. Benzina e autostrada. Con la scopa sono arrivato più distante io della Befana. Qui a Falconara nessuno ci credeva. Ho dormito a casa di un’amica a Mestre. Alle 5.30 ero in piazzale Roma. Claudio Lanza, responsabile per il centro storico della municipalizzata Vesta, mi ha dato la ramazza e mi ha accompagnato a piedi fino in piazza San Marco».
Ho letto che ha tirato a lucido i masegni.
«Sì, anche se Lanza a un certo punto mi ha ripreso: “Federico, ciò, ostrega, no’ cussì!”».
Che cosa aveva combinato?
«Spazzavo controvento».
Non si fa.
«Bisogna seguire la direzione delle cartacce che rotolano, altrimenti ti ritrovi daccapo. Io non ero abituato a quel vento. In piazza Mazzini a Falconara il mare non è mica così vicino come davanti al Palazzo Ducale».
Avrebbe voluto svolgere anche il turno pomeridiano.
«È vero, mi stava piacendo la situazione. Mi sarei fermato fino alle 16 se una ragazza, Laura, non fosse arrivata apposta da Padova per stringermi la mano. S’è complimentata: “Finalmente qualcuno che fa qualcosa non per fini di lucro”. Fortissima. Ci siamo già rivisti a Roma, dove lavora per una radio».
Come se l’è cavata con le deiezioni dei piccioni?
«Pensavo peggio. Fino alle 8 dormono, non si fanno vedere. Aspettano i turisti che gli danno il becchime. Non sono per niente stupidi».
Quali altre piazze ha pulito?
«Piazza del Campo a Siena. Fantastica. Non ci avevo mai messo piede. Sono andato il mercoledì delle Ceneri. Ho tirato su una montagna di coriandoli. L’assessore era entusiasta: “Per me, può venire anche tutti i giorni”».
Invece le grandi città non rispondono.
«Roma in testa. Ho spedito quattro e-mail agli uffici del sindaco Veltroni: silenzio di tomba. Mi sono offerto di spazzare piazza Duomo a Milano, il Comune mi ha dirottato all’Amsa, dove ho parlato con la signora Castelli, che mi ha chiesto d’inviarle altra documentazione. L’ho fatto. Più sentita. Non ho avuto risposte, nonostante i ripetuti solleciti, neppure da Napoli, Verona, Pisa e Lecce. C’è anche chi mi chiude la porta in faccia».
Non è possibile.
«Da Bologna mi hanno detto no senza neppure spiegarmi il perché. Da Firenze è arrivata un’e-mail freddissima, di una sola riga: “Non siamo interessati”».
Strano, sono città governate da sindaci diessini tanto sensibili all’ecologismo.
«Idem Padova. Gli amministratori veneti mi hanno fatto sapere che se ne occuperà Legambiente con l’iniziativa “Puliamo il mondo”. A settembre, però, non prima. A maggio il mondo può restare sporco».
Sconcertante.
«Mi sono rivolto anche al Fondo per l’ambiente italiano, offrendomi di pulire a mie spese qualcuno dei 500 siti monumentali aperti al pubblico in occasione della “Giornata di primavera” del 25 marzo. “Complimenti per la generosità”, è stata la replica, “ma non abbiamo bisogno”».
Potrebbe spazzare piazza San Pietro.
«Ci ho provato. Ho telefonato al centralino del Vaticano. Mi hanno passato un monsignore molto cortese. È rimasto ad ascoltarmi, ma alla fine ha concluso: “Mi dispiace, io non la posso aiutare per questo suo problema”».
Chi altro le resta?
«Se l’Italia non mi vuole, andrò all’estero. Con l’aiuto di mia cugina Elisabetta ho buttato giù alcune lettere in inglese e in francese destinate all’Unione europea e ai primi ministri di Cina e Giappone. Vorrei scopare la Grande Place di Bruxelles, proclamata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, e la piazza Tien An Men di Pechino in occasione delle Olimpiadi 2008. Mi piacerebbe anche dare una lustratina alla piazza più rappresentativa di Kyoto, in omaggio al famoso Protocollo sulle emissioni di gas nocivi, tanto citato e poco applicato».
Le costerà una cifra.
«Cercherò voli low cost. Sono appena stato a Londra pagando solo un centesimo all’andata e uno al ritorno e 30 euro di tasse. I viaggi sono il mio hobby. Domani parto per l’Egitto».
Quanto guadagna al mese?
«Sui 1.050-1.100 euro».
Dipendesse da lei, che stipendio si darebbe?
«Mi piacerebbe guadagnare sui 1.300-1.400 euro, considerata la fatica».
È un lavoro duro, eh.
«È un bel lavoro, all’aria aperta, sempre a contatto con la gente. Mi considero fortunato».
Ma i disoccupati cercano un lavoro o un posto?
«Un posto, probabilmente. Sicuro e con reddito fisso».
Conosce suoi coetanei che hanno rifiutato di fare i netturbini?
«Sì. Ci hanno provato, ma se ne sono andati quasi subito».
Perché?
«Per la puzza. Cinque volte al mese ti tocca la raccolta dei rifiuti nei cassonetti».
Meglio spazzare le piazze.
«Dipende. Puoi trovare di tutto anche lì: preservativi, assorbenti, carogne di topi. E le siringhe sporche di sangue. Avremmo un apposito attrezzo per afferrarle, però è troppo complicato da usare. Meglio le mani guantate».
Qual è il giorno peggiore dell’anno per voi?
«Il primo. La gente vomita per strada il cenone e noi siamo obbligati a pulire. Litri di disinfettante e tanto olio di gomito».
La raccolta differenziata funziona?
«Per niente. Troviamo le ossa di pollo, che dovrebbero stare fra i rifiuti umidi, persino nei cassonetti della carta da riciclare».
Ha mai visto dare una multa per questo?
«Mai».
Il suo giudizio sulle città italiane?
«Sporche».
All’estero è diverso?
«Nei Paesi nordici senz’altro».
In Svizzera sarebbe disoccupato.
«Anche in Trentino Alto Adige e Val d’Aosta».
Da che cosa dipenderà questa incuria per il bello in Italia?
«Dall’ineducazione. Chi osa riprendere un adolescente che lorda la pubblica via?».
Quindi che voto assegna al grado di civiltà degli italiani?
«A voler essere di manica larga, un 6 d’incoraggiamento».
Meriterebbero la punizione inflitta a Naomi Campbell, condannata a cinque giorni di lavori socialmente utili per aver maltrattato la sua colf.
«È arrivata a pulire le vie di Manhattan sui tacchi a spillo alle 8 del mattino. Ma dài!».
Fosse lei il giudice, che farebbe?
«Li manderei a pulire i sederi degli anziani nelle case di riposo, altro che le piazze!».
La sua sveglia a che ora suona?
«D’estate alle 4.15, perché attacchiamo alle 5. Altrimenti poi fa troppo caldo».
E d’inverno come vi difendete del freddo? Andando per osterie?
«Abbiamo giubbetti impermeabili e tute di pile. Se piove, per contratto possiamo ripararci dentro il motofurgone Ape».
Però a Venezia s’è fatto un prosecco al Caffè Lavena.
«No, guardi, lì c’è stata una bicchierata offerta dagli esercenti, e il più lesto col prosecco m’è sembrato l’assessore Belcaro, anche se erano le 9 di mattina. Non so se sia arrivato alle 10. Complimenti».
Lo scrittore Ferdinando Camon dice che a Padova gli africani di via Anelli di notte si spingono a deporre gli escrementi fino in via Belzoni, sotto i portici cinquecenteschi, sui pavimenti di marmo.
«Qui non sono ancora arrivati a tanto. Però fra bottiglie di birra vuote e fazzoletti sporchi...».
Che si può fare?
«Confesso che finché gli immigrati non li ho avuti sulla porta di casa mia, ero di più larghe vedute. Ma adesso stanno diventando davvero troppi. Ne dovremmo rimandare indietro almeno un pochino».
Pensa che sarebbe utile se i politici fossero comandati almeno una volta nella vita a spazzare le vie cittadine?
«Benché sia ministro dell’Ambiente, non ce lo vedo proprio Pecoraro Scanio con la ramazza in mano. Ma certo sarebbe un bell’esempio per tutti».
In casa sua chi passa la cera sui pavimenti?
«Mia madre».
La aiuta qualche volta?
«Onestamente no, mai».
Stefano Lorenzetto
(372. Continua)
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