Come è facile e (banale) la crociata contro i ricchi

La crisi dei mercati riporta in voga un’ideologia cieca che condanna l’opulenza. Ma negare il diritto alla felicità materiale ci riporta al clima oscuro del Medioevo <br />

Tutto è nato probabilmente da un rozzo errore di traduzione, perché kàmelos in greco vuol di­re sia cammello sia filo, sicché la celebre frase del Vangelo suona­va in origine così: «Entra più spe­ditamente il filo nella cruna dell' ago che un ricco in paradiso». Come dire: non tutte le ricchez­ze e no­n tutti i ricchi sono in rego­la con la morale e qualcuno sten­ta a passare. Mentre la ridicola versione secondo cui un ricco ha meno probabilità di entrare in paradiso di quante ne abbia un cammello di passare attraverso la cruna d'ago, significa che nessun ricco e nessuna ricchezza sono moralmente accettabili. Mai e in nessun caso.

E c'è voluta la rivoluzione religiosa di Calvino per riabilitare la ricchezza benedetta da Dio che ne fa il marchio di fabbrica: Iddio arricchisce i suoi prescelti. Ma un tale criterio è conosciuto da noi in Italia, dove il calvinismo non è mai approdato e dove la saldatura micidiale fra comunismo pauperista e cattolicesimo anabattista ha ghettizzato la ricchezza nel lager «sterco del diavolo»: se tutto il denaro è sterco del diavolo, allora tutti i ricchi sono da biasimare e, quando se ne presenta l'occasione, da espropriare, non da tassare soltanto. Il criterio fu del resto applicato per secoli agli ebrei: esclusi per legge dalle libere professioni e condannati a commerciare valuta e oro, erano prima coperti di disprezzo, poi espropriati e se necessario liquidati con igienici pogrom di cui la Shoà fu soltanto l'infame vetta tecnologica.

È l'antica radice di questo cupo pregiudizio (che precede nel tempo e sbarra la strada alla borghesia produttiva e moderna) che trasforma Paesi come l'Italia in territori sempre inclini al pogrom ideologico nei confronti dei «ricchi», includendo in questa categoria sia chi ha di che vivere sia chi spende il suo denaro per il superfluo. Se vivessimo in una società fiscalmente perfetta, una volta stabilito quanto ciascuno deve alla collettività, dovrebbe poi essere ovvio che quel che resta nelle sue tasche è soltanto suo e che lo può spendere come vuole, senza dover essere tassato una seconda volta secondo un criterio morale (cioè ideologico) e non contabile, che pretende di condannare le sue scelte e castigarlo. In una società laica se uno vuol spendere quel che ha per un bagno nello champagne, nessuno dovrebbe avere il diritto di impicciarsi e sanzionare una tale frizzate abitudine.

Perché questo possa accadere è necessario che venga mantenuto eccitato un sistema di pseudovalori moralisti che fondati sul principio secondo cui non soltanto chi ha di più contribuisce di più, ma che chi spende in maniera voluttuaria debba pagare due volte. Per mantenere in piedi una tale macchina fiscale intimidatoria occorre alimentare una ideologia in grado di alimentare la rabbia e che ridicolizzi il buon senso. Ora, è ovvio che se c'è da tirare la cinghia, chi ha di più debba dare di più, proprio perché chi ha di meno deve usare una quota molto alta delle sue entrate per provvedere al necessario.

Ma quel che accade in queste settimane in Italia va molto oltre un banale criterio di buon senso e sta assumendo in maniera allarmante proprio un carattere ideologico che prevede, nella prima fase preparatoria, la gogna per tutto ciò che ha a che fare con l'uso del benessere: se tu comperi generi di lusso, vuol dire che non ti ho tolto abba-stanza, sicché se ti applico maggiori tasse tutti saranno d'accordo nel dire che questo è etico, perché avrò fatto passare il principio secondo cui non è soltanto la quantità del denaro che va tassata, ma la tua attitudine laica a cercare il tuo piacere, «the pursuit of happiness», il diritto alla felicità materiale che nella Costituzione americana è un diritto primario come quelli alla vita e alla libertà.

Questo è infatti il senso ideologico di ogni forma di «patrimoniale »: io vengo a casa tua a prendermi la tua argenteria, entro nel tuo orto ad espiantare le tue rose, ti confisco il tuo benessere non importa se già a netto di quanto dovevi alla collettività. Nelle civiltà cresciute nel calvinismo, chiunque faccia denaro illegalmente va in galera, ma chi lo fa secondo le regole è più vicino a Dio e questo principio è alla base del famoso saggio di Max Weber sull'etica protestante e lo spirito del capitalismo. In quelle società, al povero si dovrebbe chiedere: che cosa hai fatto dunque di male se Dio ti punisce con il sudiciume della povertà, anziché con l'ordinato lindore del benessere?

Da noi si capovolge la domanda e si chiede conto a chi produce o possiede ricchezza, del sudiciume del suo denaro. È ovvio che in una società in cui molti sono ricchi per traffici illegali, un'aura di sospetto aleggi su chiunque abbia denaro. Ma è compito della giustizia garantire che ogni ricchezza è legittima. Allostesso modo la giustizia dovrebbe garantire che fasce più o meno larghe della popolazione non vivessero di stipendi gonfiati, pensioni di invalidità non dovute, privilegi ed evasione. Invece oggi qualsiasi artigiano e spesso molti professionisti applicano due tariffe: una leggera e illegale; e una pesante con fattura. In una società fragile che ha nel suo Dna Masaniello e Cola di Rienzo, Savonarola e l'assalto ai forni, gli untori e la colonna infame, è un gioco da ragazzi far credere sempre che le difficoltà, le crisi, le pestilenze e i crolli in borsa, siano opera della losca confraternita dei borghesi produttori di profitto, che vanno prima di tutto additati al pubblico disprezzo in un clima di intimidazione alimentato da nuove scoperte di depositi di brioches, occultati alle plebi costrette ai crackers ipocalorici.