È facile vincere sulle memorie di uno sconfitto

I «Pensieri pontini e sardi» riproposti e utilizzati a sproposito

L’anniversario non è tondo: e dunque ci è risparmiata l’alluvione rievocatoria - 25 luglio, 45 giorni badogliani, 8 settembre - che accompagna infallibilmente gli anniversari tondi. Ma nel torpore estivo il fascismo rappresenta pur sempre una bella risorsa dei giornalisti e degli storici. Mussolini ha un mercato che gli altri personaggi dell’Italia moderna non si sognano nemmeno. L’accorto saggista di sinistra dedica pagine pensose ed elitarie ad Antonio Gramsci e ai suoi tormenti, ma sa che per attirare un vasto pubblico bisogna occuparsi di lui, il Duce: dei suoi errori, dei suoi amori, dei suoi furori. Svillaneggiarlo, ma tenendoselo caro: perché senza l’Insonne come sarebbe possibile sfornare libri a getto continuo? Parri era una gran brava persona e don Sturzo una testa fina, ma quanto ad appeal editoriale valevano e valgono zero. Invece il Duce è oro.
Anche così si spiega che La Repubblica abbia dedicato amplissimo spazio ai Pensieri pontini e sardi, in cui un Mussolini prigioniero fissò la propria esperienza e i propri sentimenti. Questo testo, che copre il periodo dal 27 luglio al 20 agosto 1943, era caduto nelle mani dei nazisti che lo fecero tradurre. La traduzione fu messa in salvo da un ufficiale delle Ss al momento del crollo della Germania nazista, e successivamente pubblicata. Di nuovo c’è il ritrovamento, negli archivi inglesi, d’una copia dell’originale, che non si discosta in nulla da quanto già si sapeva. Eppure una riflessione è suggerita dalla riproposizione di questo diario.
È vero. Mussolini non vi ripercorre le tappe della sua vita, non tenta nemmeno - lo osserva Lucio Villari - un’analisi delle sue responsabilità personali e delle complessità della guerra in corso. Sta allo spicciolo o al filosofico. Ma è altrettanto vero che Mussolini ritiene finita la sua vicenda politica e umana, considera la sua caduta definitiva e se stesso fuori da ogni giuoco. Villari avverte in lui «un senso di gioia soffocata nel sottrarsi, con la sua caduta e la sua prigionia, a ogni ulteriore responsabilità». Sono d’accordo. Ma questa diagnosi politica e psicologica, che ritengo ineccepibile, è in contraddizione con il ruolo che i duri e puri dell’antifascismo hanno voluto e vogliono attribuire a Mussolini per le nefandezze della Repubblica di Salò. Mauro Canali - anche lui sulla Repubblica - scrive che «la liberazione a Campo Imperatore da parte delle Ss di Skorzeny segnerà l’inizio dell’ultima feroce stagione della sua dittatura».
Non ci fu, a mio avviso, un’ultima feroce stagione della dittatura mussoliniana perché il vassallo di Hitler relegato sul lago di Garda non aveva né il potere né la voglia d’esercitarlo. La sua, negli anni della «normalità», era stata una dittatura non proprio degna delle nostalgie che in alcuni ambienti circolano, ma di sicuro mite al confronto dell’hitleriana o della staliniana. Con la guerra perduta - e da lui voluta - Mussolini è stato una sventura per l’Italia. La crudeltà e la spietatezza erano tuttavia estranee al suo modo di essere. Nel rifugio lacustre, il Duce imbolsito e immalinconito non diede ordini di uccisioni e rappresaglie, s’illuse di essere - come s’illuse l’ultimo Pétain - un diaframma tra l’occupante imbestialito e la massa attendista della popolazione, che sapeva vicina la vittoria angloamericana. Hitler lo recuperò, e recuperandolo lo condannò a morte. Che questo ritorno non fosse nelle intenzioni di Mussolini, mi pare d’una evidenza solare.